Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra' fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l'equilibrio tra cio' che si e' e cio' che bisogna apparire...
Chi Sono
Utente: Wolfghost
Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un "ricercatore dell'anima", incuriosito tanto dall'esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi. In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni. Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada...

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martedì, 05 gennaio 2010
Lascialo cadere - l'opportunismo
- LASCIALO CADERE -

vaso porcellanaUn ricco mercante si recò un giorno dal Buddha.
"Dimmi che cosa devo fare per ottenere la liberazione" gli domandò offrendogli un vaso d'argento.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere".
L'uomo lasciò cadere a terra il vaso.
Poiché il Buddha si era fatto silenzioso, il visitatore gli ripeté la domanda e, questa volta, gli offrì un piatto d'oro.
"Che cosa devo fare per raggiungere la salvezza?"
"Lascialo cadere" gli rispose l'Illuminato.
Il mercante lasciò cadere a terra il piatto.
Poi, visto che non gli veniva data altra indicazione, si decise a ripetere la richiesta, porgendo il dono più prezioso che aveva: un diamante.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere".
Il visitatore pensò di essere stato preso in giro.
Indignato, si alzò di scatto per andarsene.
Fatto qualche passo, si voltò a dare un ultimo sguardo al Buddha.
E questi gli disse: "Lascialo cadere".
All'improvviso il mercante capì.



Commento di Wolfghost: Il mercante capi' che la conoscenza, la liberazione, non possono essere acquistate; esse possono solo essere acquisite attraverso la presa di consapevolezza, che arrivi da parole, intuizioni o esperienze. Il discorso puo' essere pero' esteso ai rapporti con il prossimo, alla salute, alla vita in generale. D'altronde la spiritualita' non dovrebbe essere percepita come qualcosa di separato dalla nostra esistenza, ma piuttosto come sua componente indissolubile.
Fin da piccoli ci viene insegnata una mentalita' mercantilistica: per avere qualcosa dobbiamo dare, per avere affetto dobbiamo essere buoni, per avere rispetto dobbiamo essere generosi; cosi' nel tempo ci facciamo idee quali "nessuno fa niente per niente", se qualcuno ci fa una cortesia significhera' che sta cercando di ottenere qualcosa. Ma potremmo arrivare a pensare che anche un "dono" della vita nasconda qualcosa, che prima o poi la vita stessa ci chiedera' di "pagare", e questa aspettativa potrebbe minarci la gioia e il godimento per il dono ricevuto. Quante persone ho conosciuto che non sapevano accettare i doni altrui o quelli della vita, cosi' convinte che qualunque cosa andasse "guadagnato" con il sudore della propria fronte! E quanti, dall'altra parte (ma poi sono sempre gli stessi, a ben vedere), cercano di ottenere dando a piene mani, spesso per venire accusati di "voler comprare il prossimo". Ammettiamolo: quanti di noi sentono o hanno sentito almeno una volta un senso di irritazione, di ingiustizia, perche' comportandosi amorevolmente o generosamente non ottenevano altrettanto (a parer loro) dalla vita e dal prossimo? Invece di essere felici e soddisfatti per il fatto stesso di fare del bene, si sentono avvelenati per non averne ottenuto indietro almeno altrettanto.
I nostri nonni (e forse genitori, per i meno giovani) appendevano targhe in legno nelle loro case che dicevano "Fai il bene... e poi scordalo"; che volevano dire? Proprio questo: non e' vero bene se ci si aspetta un "ritorno".
E questo vale in tutto: amore, rispetto, fortuna, salute, conoscenza (intesa in senso spirituale). Chi si butta nella spiritualita' per darsi un tono da santone, non cerca davvero la spiritualita', e chi lo incontra non trovera' saggezza nei suoi occhi.
Nel dare stesso e' insita la soddisfazione e la gioia. Che poi, agendo in tale modo, generalmente si ottenga anche, dovremmo considerarlo solo "effetto collaterale", e non obiettivo.


fai il bene
Scritto da: Wolfghost alle ore 21:13 | permalink | commenti (74) | categoria: amore, vita, gioia, consapevolezza, doni, bene, conoscenza, rispetto, aspettative, spiritualita, rapporti, soddisfazione, opportunismo Grazie per i vostri (pop-up) commenti (74)
venerdì, 16 ottobre 2009
La fata dei boschi e il gatto nero - una favola di IrisLuna
Stasera voglio pubblicare una bellissima fiaba raccontata da IrisLuna. A me è piaciuta tanto, e dopo tanti post un po' tristi è proprio quel che ci vuole

Prima però... u
n ringraziamento a Firearrow
per la modifica del template! Se adesso trovate le icone per il social-networking (credo si dica così... ) e i commenti pop-up assieme a quelli permalink, è merito suo!

Ringraziamenti anche da Julius e Sissi, eccoli qua Ehm... ragazziiii! Svegliaaaaa!!! Uff... vabbé, ti ringrazio io anche per loro!


30092009648
Nel weekend non ci sarò, ma... lo sapete: risponderò comunque a tutti, presto o tardi

E ora la splendida fiaba di Iris...




La Luna Piena - Una fata dei boschi e un gatto nero
Fiaba raccontata da IrisLuna
Blog:
Frammenti di Luna

blue-fairy-full-moon
Ogni volta che c' è la luna piena, come in queste notti, mi torna alla mente una favola che mi raccontavano da piccola. Parla di una fatina dei boschi, un gatto nero, e di una panchina bianca in mezzo al mare...

Le figlie di Aradia amano cantare e passeggiare per i boschi, niente riempie loro il cuore di gioia come pregare per la grande madre, e onorarla ballando sotto la luna piena. Venivano appellate fate, e avevano grandi poteri, che traevano dall'amore stesso che nutrivano per Diana. Ognuna delle fate era dotata di bellissime ali, che permetteva loro di volare perfino sopra le nubi, in modo da non perdere mai di vista la luna, nemmeno nei giorni di pioggia. Un giorno, dal pianto di una ninfa, nacque Iris. Le sue ali erano le più colorate, ma avevano un difetto: non riuscivano a volare. Quelle ali erano troppo deboli, e Iris non poteva seguire le compagne qua e là per il bosco; dovete infatti sapere che le fate non amano muoversi a piedi, ma lo fanno sempre volando molto velocemente, in modo da non farsi vedere da occhio umano. Quindi Iris rimaneva sempre da sola, specialmente sotto la pioggia, mentre le altre fate erano lassà, sopra le nubi, a danzare alla luna piena. Iris altro non poteva fare che camminare. Camminava, e camminava tanto, e così scoprì tante piccole cose del bosco che alle fate sfuggivano, svolazzando qua e là. Scoprì su quale fiore su posava la rugiada più fresca, ad esempio, o dove cadeva la prima foglia in autunno. Ma camminando camminando, Iris iniziò ad uscire dal bosco, ed esplorò zone sempre più lontane.

Un giorno, nelle sue esplorazioni, vide una grande massa d' acqua, che gli umani chiamavano "mare". Era incantata dal come riuscisse a rimanere lì, eppure muoversi con quelle sue onde. Ed era incantata da come la luna piena si riflettesse sopra di essa. Così danzò e ballò in onore della Grande Madre, da sola, senza le altre fate. Ma mentre danzava e ballava, qualcuno la stava guardando. Iris sentì il suono di un campanellino, e si accorse della sua presenza. Era un piccolo gatto nero con lo sguardo curioso. Iris rise, il suono di quel campanellino le piaceva. Allora il micio lo agitò apposta per farla ridere di nuovo.
Iris e il Gatto Nero si presentarono, e iniziarono a parlare. E camminarono. Camminarono e parlarono tanto, fino a raggiungere una panchina, una panchina bianca che si trovava proprio in mezzo al mare, in mezzo alle onde. E li si sedettero per riposare un po'. Iris guardò in silenzio il piccolo micio, e iniziò a fargli delle carezze sulla schiena, come piacciono ai gatti. Il micio rimase stupito e chiese "perchè?", la fata rispose che sapeva leggere nell' animo, e sentiva che il suo era ferito e che più di ogni altra cosa, più di ogni altra parola, aveva bisogno di affetto. Il piccolo micio rimase sorpreso. Rimasero un po' li, il micio a farsi coccolare, e la fata a guardare la luna, con l' espressione triste di chi non può volare. Il micio chiese "Come mai non voli come le tue sorelle... non sei anche tu una fata?" e Iris diventò ancora più triste.
"Vedi le mie ali? Sono troppo deboli per volare. Non hanno forza". Il piccolo gatto nero allora divenne triste. "Posso fare qualcosa?".
"No. Nessuno può farci niente".
La piccola fata dei boschi indicò la luna piena. "E' che così, sono una fata a metà. Credo che nemmeno la grande madre mi voglia come sua figlia. Non sei una vera fata, se non sai volare".
"Nemmeno io so volare" obiettò il gatto.
"Tu sei un piccolo gatto nero. Non hai le ali, per questo non sai volare". Rispose Iris.
"Credi che davvero servano ali per poter volare? Non credi che ci siano altri modi per poterlo fare?".
Iris non aveva risposta.

Si stava facendo tardi, la luna stava per tramontare, quasi sfiorava il mare. La fata disse frettolosamente addio, volto le spalle, e si diresse verso la sua casa, verso il bosco. Il piccolo gatto nero si sentiva tanto triste. Nessuno era mai stato tanto buono con lui, nessuno gli aveva fatto quelle coccole. E soprattutto, nessuna fata lo aveva mai fatto per lui. O per qualche altro gatto.
Il micio tornò di nuovo a quella panchina in mezzo al mare, sperava di incontrare di nuovo quella fata. Lui era sicuro che avrebbe trovato il modo di farla volare, se solo lei gliene avesse data l' occasione.

E la fata? La fata pensava e ripensava a quella domanda, c'erano altri modi per poter volare? E più ci pensava e più si arrabbiava e diventava triste, perchè non aveva, non aveva una risposta. E camminò in lungo e in largo per il bosco, per chiedere consiglio. Ma nessuno aveva una soluzione.
E venne di nuovo la notte. E Iris guardava la luna piena, seduta su un ramo dell' albero più vecchio del bosco, la Grande Quercia. Iris guardava la luna, ma invece di danzare e ballare come le sorelle, sospirava.
"Piccola fata, perchè sospiri ? Cosa ti affligge?".
"Grande Quercia, io ho ali troppo deboli per volare. Esiste un altro modo per poterlo fare?"
"Piccola fata, ti rende così triste non poter volare?"
"Si, molto."
"E cosa c' è che ti rallegra?"
"Non lo so. Niente mi rallegra, Grande Quercia."
"Chiudi gli occhi, fatti cullare dal soffio del vento. E cattura un pensiero felice".
Iris chiuse gli occhi. Le tornò alla mente il piccolo micio nero, il tintinnare del campannellino, la lunga passeggiata, le mille parole. Sorrise. E poi sospirò nuovamente.
"Piccola Fata, guarda le tue ali"

Il micio miagolava triste seduto sulla panchina. Faceva freddo e tremava, ma aspettava. Aspettava che la sua fata tornasse, e agitava il campanellino, perchè così, seguendo quel suono, l'avrebbe trovato più in fretta.
E la fata arrivò. Volando stavolta! Il micio era felice, e fece tante fusa alla sua fatina. Iris prese il micio fra le sue braccia e lo strinse forte.
"Grazie, ho dovuto aspettare di incontrare te, perchè le mia ali potesso finalmente farmi volare. Perchè se c'è una cosa che ti da forza, che ti fa volare veramente in alto, sopra le nuvole, è l' amore."
Il micio disse alla fatina "Rimani sempre con me".
Da allora rimasero sempre insieme.

Nelle notti di luna piena, non meravigliatevi se, guardando in alto, vedete una fatina e... sentite miagolare!

Il gatto e la luna
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martedì, 13 ottobre 2009
Sofferenze d'amore... aiutiamo un'amica anonima :)
Dunque, in un mio vecchio post (Smettere di soffrire per un amore perso o irraggiungibile), un'amica anonima scrive:
"Sono stata insieme per 14 anni, tra matrimonio e tanti anni di fidanzamento poi lui ha scelto la non responsabilità di avere una famiglia, un bimbo (c'era anche il nome) ... ora lui sta sempre con gli amici con le sue uscite serali e io mi ritrovo che non riesco a farmene una ragione, si sono ancora giovane appena sopra ai 35 ma NON riesco a farmene una ragione per come è finita (avevamo tutto) e il casino più grande è che io sono ancora innamorata, oltrettutto in giro incontro persone che non hanno voglia di responsabilità e relazioni stabili ... la mia domanda è ... come posso riuscire ad essere serena nuovamente con me stessa e godermi quello che ho e non pensare più al passato (mi hanno detto il tempo .. ma per me non funziona ... mi hanno detto di pensare alle disattese di lui ... ma non funziona) qualcuno ha idea se c'è già passata/o di darmi qualche consiglio .... perchè così la mia non è vita .... è una vita sprecata, grazie".

Io, ovviamente, dirò la mia, ma... mi piacerebbe che chi è passato in una esperienza simile, o comunque per uno di quei lunghi tunnel che purtroppo a volte capitano nella vita, possa aggiungere ciò che questa amica chiede: un consiglio per uscirne.

Il dramma che sta vivendo la nostra amica è purtroppo qualcosa di non nuovo, spesso mi ci sono imbattuto, per me stesso ma soprattutto per altre persone che erano in situazioni simili.
L'idea che mi sono fatto ha raggiunto, nel tempo, una sua stabilità: variano modi e tempi, ma sostanzialmente credo che abbia carattere piuttosto generale.

Intanto bisogna capire se il rapporto è davvero giunto al termine. Questo è fondamentale, molte persone infatti non riescono a staccarsi se hanno anche solo una parvenza di dubbio. Il dubbio, associato al dolore che si sta vivendo, "lega" alla persona che forse è già persa, perfino se quest'ultima fosse già "altrove" da tempo, almeno con la testa.
Certo, in teoria ognuno ha le capacità logiche per capirlo, ma in certe situazioni, quando l'onda emotiva ha il sopravvento, la ragione non si riesce proprio a seguirla.
Il mio primo consiglio è perciò: cercare di togliersi ogni ragionevole dubbio. Se questo comporta anche dover ripetere un concetto già espresso e perfino "rischiare il patetico", bé... poco importa. Meglio essere considerati tali da qualcuno, che rimanere emotivamente attaccati per anni e anni a chi ormai in cuor suo "ci ha già dimenticati".
Un bambino per una donna è importante, se lo vuole. Non tutte desiderano avere figli, ma per chi lo desidera, l'istinto materno è molto forte e può giustificare anche lo scioglimento del rapporto con chi la pensa diversamente. Su certi argomenti e esigenze "base", il compromesso difficilmente esiste.

Affrontato e risolto questo dubbio, e in caso di risposta negativa, non sarà "più facile", ma si potrà pensare, per quanto si soffra, di essere sulla strada della "guarigione". Infatti, quando il dubbio non esiste più, arriva il "periodo di lutto", ovvero quel periodo dove si soffre perché si sa di aver perso la persona amata.
Il periodo di lutto è diverso da persona a persona e da storia a storia; c'è chi lo supera e rinasce prima, chi invece ha necessità di un tempo più lungo; c'è chi ha sofferto già tanto per l'agonia della storia che quasi è sollevato quando questa finisce, e chi invece vive la separazione sempre come un'improvvisa onda anomala, non importa quanto sia stato lungo il "tira-e-molla". In ogni caso sono convinto che spesso si soffra temporalmente oltre il necessario.
Se infatti nel periodo del lutto non si può fare altro che "resistere al dolore" aggrappandosi a quella vocina che dice "passerà", c'è un momento nel quale si può, e si deve, cominciare a risalire.
Spesso siamo frenati da una sorta di senso di colpa, come se sentissimo che non sia giusto "andare oltre", "dimenticare" una persona che si ha amato, ma questa è una trappola che dobbiamo evitare. La mente di fatto ci mette molto tempo a cambiare "percorso mentale", all'inizio i pensieri vanno spontaneamente verso i ricordi della persona con cui eravamo. All'inizio è ragionevole che sia così, in fondo la nostra mente era abituata a lei da anni. Ma la mente è flessibile, impara: se noi continuamo a dirle, dirci, che è finita e dobbiamo andare oltre, anche la mente, il cuore, alla fine così farà.
Il cuore segue la ragione, se ciò che la ragione dice è ragionevole... solo che necessita di molto più tempo e ripetizione per capire ed accettare come stanno le cose.
Se noi ci rifiutiamo, con costanza e pazienza, di tornare sulle pagine scritte, forse non saremo capaci subito di non tornarci più, forse ci torneremo una, dieci, mille volte. Ma alla fine, poco a poco, la nostra mente imparerà a percorrere altre strade. Bisogna crederci, pensare non al passato o al presente, se fa ancora male, ma ad un futuro che tornerà ad essere bello e radioso, pur senza quella persona che era parte di un tempo ormai andato.
Non abbattiamoci se inciamperemo ancora e ancora, sono certo che se dopo qualche tempo ci guarderemo indietro... ci accorgeremo che il processo di distacco è lento ma... inesorabile.
E un giorno ci scopriremo a pensare "toh! E' da almeno una settimana che non penso più a lui (o lei)!"

Un'ultima avvertenza poi sarà quella di non sentirsi "forti" troppo presto, spesso accade infatti che ci diciamo "bene, mi sento forte, ormai posso riaffrontare quella persona senza timore di riesserne coinvolto"...
... aspettiamo ancora un po'!

Come vedi, cara utente anonima, non ho detto una sola parola sul "chiodo scaccia chiodo", non perché creda che non funzioni - certamente se qualche altra persona ci rapisce il cuore, bé... il gioco è fatto! - ma perché credo che sia un avvenimento che possa accadere o non accadere a prescindere. Se qualcuno incrocerà il nostro cammino, bene, ma se non lo farà... bé, ricordiamoci che per quanta solitudine ci potrà essere nel nostro futuro, la persona dalla quale ci siamo con fatica allontanati e che solo sofferenza ormai rappresentava... non potrebbe comunque esserne la soluzione.

Diamo spazio... solo facendo spazio qualcun altro un giorno potrà almeno avere la possibilità di trovare il cammino sgombro per entrare nel nostro cuore. Se esso invece sarà ancora e sempre occupato, non esisterà nemmeno questa possibilità.

Spero naturalmente che le cose si sistemino e lui, rendendosi conto che ti stai allontanando, possa "cambiare il tiro", ma... tu non sperarci troppo, vai avanti per la tua strada: se tornerà cambiato, bene, ma se non lo farà... tu avrai già intrapreso la strada per la guarigione


E adesso, cari amici lettori... tocca a voi!


gabbiano2
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sabato, 10 ottobre 2009
Che cos'è un cane... - "Il Perdono di Dio" di Paolo Frani
Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l'anno del cane. Quando l'ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi...



Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.


cane
 
Il Perdono di Dio
Paolo Frani

Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l'unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l'unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia...sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell'incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l'additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
" mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via."
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L'indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L'avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino...il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l'unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l'unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta...una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue...il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell'anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L'erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell'amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l'uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:"...ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni...tu ti sei mai accorta quando succede?..."

Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall'uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull'asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.

E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest'estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.




Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non "perdonano", non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l'ira e l'odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E' mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell'uomo, così come i crimini "innaturali" dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l'abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice "non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità "vecchia" che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta 'è "solo" un'animale'..... Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono "liberi" in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell'epoca, della cultura, dell'educazione e delle esperienze vissute precedentemente." - ecco, questa mutabilità dell'uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla "cultura" e all'epoca storica, sono la dimostrazione che l'istinto e la naturalezza - che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell'animale - c'entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in "cattività" (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida - se preferite comprenda - l'amore per la Natura.

E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog
Era l'anno del cane

Scritto da: Wolfghost alle ore 01:47 | permalink | commenti (83) | categoria: natura, cultura, amore, racconti, dio , animali, sentimenti, educazione, ragione, cani, società, senso di colpa, tradimento, animalisti, crudeltà Grazie per i vostri (pop-up) commenti (83)
giovedì, 17 settembre 2009
L’invincibile - Racconto
ArmandoLa serata si stava per concludere. Armando era soddisfatto: aveva riscosso il solito successo con le ragazze e visto il rispetto negli occhi dei ragazzi. D’altronde era molto conosciuto, non solo in quella discoteca, ma in tutti i locali che frequentava e nel quartiere dove abitava. Certamente per aspetto atletico e per modi di fare, era uno che non passava inosservato: era brillante, e sapeva di esserlo. Poco importava se qualcuno ne parlasse come del classico bullo di quartiere, era sicuramente solo invidia.
Quella sera però era successo qualcosa di diverso. Chiara, una ragazza bella e semplice, l’aveva colpito profondamente. Strano per un tipo abituato a valutare solo la “carrozzeria” di chi aveva davanti. Ma quegli occhi l’avevano ammaliato e quella timidezza aveva forse fatto presa su un istinto di protezione fino a quel momento sconosciuto. Ne era turbato, come se sentisse che grazie a quell'incontro, tutta la sua vita sarebbe cambiata in breve tempo…

Chiara non stava più nella pelle. Tornando verso casa in auto, le amiche l’avevano presa bonariamente in giro tutto il tempo, con un pizzico di invidia forse, ma anche con sincera contentezza per una persona che sapevano essere bella e brava, ma davvero troppo timida, una timidezza che le aveva sempre portato poca fortuna in amore... fino a quel momento.
Lei di contro, arrossendo, si schermiva cercando di cambiare discorso o di sminuire la cosa...
“Ma dai! Sarò solo una delle tante! Domani non si ricorderà nemmeno più chi sono!”
“Smettila! Ma non hai visto come ti guardava?”

Quella notte Chiara non chiuse occhio, sognando, sì… ma ad occhi aperti. Proprio lei, che si era sempre sentita una Cenerentola…

Armando, ormai sbronzo dopo il terzo Negroni, si diresse verso la Mercedes del padre.
“Dai Arma’, ti accompagno io, e’ meglio!” – disse Lorenzo, il suo amico
più vicino.
“Ma va’… che quella con il toppino bianco ti ha messo gli occhi addosso! Non fartela scappare!” replicò lui appoggiandosi con la schiena all’auto, l'aspetto poco lucido.
“Armando… guarda che stai barcollando, sei sicuro? Per me non è un problema eh! Quella viene sempre qua, l’ho già vista altre volte…”
“Senti… non rompere, ok? Per chi mi hai preso? Non sono brillo, ci vuole altro!".


Chiara si era alzata da poco. Era molto stanca per la notte insonne... ma era stato così bello sognare!
Aveva appena finito di fare colazione e si stava cambiando per andare all’università, quando il cellulare squillò. Era la sua amica del cuore, quella che conosceva Lorenzo e che in pratica aveva permesso l’incontro con Armando, la voce era greve…
“Chiara… Armando è in ospedale… un incidente…”

Chiara non ebbe nemmeno il coraggio di chiedere le sue condizioni, chiese solo dove fosse ricoverato e corse a trovarlo.
Non le fu facile entrare, solo i parenti potevano, ma Lorenzo convinse la madre di Armando e il dottore a lasciarla passare, argomentando che a lui avrebbe certamente fatto piacere.

Armando giaceva immobile sul letto, intubato. In pratica solo il viso spuntava da una specie di scatola protettiva con cui era stato coperto per evitare il contatto del corpo con indumenti o lenzuola. Il suo bel viso era adesso una maschera di sangue, filo da sutura e bruciature.
Chiara non riuscì a reprimere un sussulto e il gesto di portarsi le mani in viso… Si voltò verso Lorenzo, con lo sguardo spaventato e interrogativo.
Lorenzo abbassò gli occhi… e Chiara capì.

L’unico gesto vitale di Armando concessole al posto di un sogno che avrebbe potuto durare una vita, e durò solo una notte, furono i suoi occhi. Occhi che dicevano “Perdonami. Mi dispiace…”.




Questo mio racconto fa’ seguito all’invito di moser56 a richiamare l’attenzione sul problema della guida in stato di ebbrezza (e non solo). Nel suo post catena (lettera aperta), moser56 invita chiunque abbia un blog a dedicare un post su tale argomento, ognuno a proprio modo.
Questo racconto è il mio contributo.


No alcool
Scritto da: Wolfghost alle ore 01:05 | permalink | commenti (82) | categoria: amore, , alcool, morte, incidenti, racconti del lupo Grazie per i vostri (pop-up) commenti (82)
lunedì, 14 settembre 2009
Per un attimo - racconto di Nico24

Stasera voglio riprendere un post di quest'estate di Nico24, che in qualche modo vedo come "erede" di Anneheche (eheheh non ti offendere, cara Ale, ognuno di noi ti augura una "vita Splinderiana" lunga e felice! eheheh ). Come sempre "userò" questo post per affrontare uno specifico tema...


letteraPer un attimo

By Nico24

Blog: Occhi limpidi

Sara scende le scale in fretta e raggiunge la cassetta della posta: sta aspettando un pacco importante ed è impaziente di vedere se è arrivato, finalmente. E’ una bella ragazza, esile quanto basta per definirla delicata, con lunghi capelli biondi e due splendidi occhi neri. Indossa soltanto dei pantaloncini corti sportivi e una canotta, per combattere il caldo soffocante di quest’agosto afoso.

Armeggia per un secondo con le chiavi per aprire la cassetta delle lettere: il libro che stava aspettando, con sua somma delusione, non è ancora arrivato. Ci sono alcune buste però: con uno sbuffo le raccoglie e corre al piano di sopra, per prepararsi un caffè e aprire la posta.

Nel suo appartamento c’è fresco e l’odore del caffè che invade la casa è piuttosto piacevole: si accomoda su uno sgabello in cucina e incomincia a controllare quali nuove le sono giunte oggi. Bollette, la pubblicità di una palestra, l’estratto conto dalla banca e infine una lettera, bianca, senza francobollo e mittente: SARA è scritto sulla busta in stampato, ma lei non riesce a riconoscere la calligrafia.

Per quasi un minuto rimane perplessa, con la lettera a mezz’aria in una mano e la tazza di caffè nell’altra: teme di sapere da chi arriva e il cuore le batte più forte. Prende un respiro profondo, e la apre. Il foglio è scritto fittamente, la calligrafia è ordinata, ma chiaramente nervosa. In alcuni punti l’inchiostro è rovinato da grandi gocce, che subito le paiono il risultato di un pianto sconsolato.

 

“Per qualche giorno ci ho creduto. Forse per settimane. Credevo di poter aspettare, anche molti mesi. Forse lo ritenevo romantico, all’inizio.

La cosa che ora ha reso tutto questo intollerabile e che mi confonde, è il non capire se facciamo dei passi in avanti. Siamo fermi? O qualcosa è cambiato? Questo mi fa impazzire.

E poi non riesco ad impedire che il tuo fantasma si insinui nella mia testa, in ogni momento: quando sono a fare la spesa, quando guardo un film, o al lavoro. Quando ascolto la nostra musica preferita.  Anche questo mi fa impazzire.

Non ho ovviamente gli elementi per capire quale sia la tua posizione: magari hai semplicemente paura, o non te ne frega un cazzo. Che cosa ne so io? Sei talmente contraddittoria.

E dato che la mia situazione sta prendendo una piega pericolosa ho deciso di lasciare andare: in fin dei conti non so nemmeno che nome dare a questa cosa, che certo non è una vera relazione.

Io ti amo, questo è sicuro, e come si può non amarti? Sei talmente speciale, e delicata, e bella, e... mi fermo, altrimenti non mi basterebbe tutto il tempo del mondo, per descrivere quale straordinaria creatura su sia.

E io ho un po’ di fretta: voglio liberarmi di questo fardello.

Lo sai che potrebbe non succedere nulla se facessimo un balzello in avanti? Potrebbe essere un grandioso ed incredibile fallimento (e fa paura, vero?), o la cosa più straordinaria mai sperimentata prima da due persone: le emozioni potrebbero essere intense quanto l'esplosione di una supernova e travolgerci burrascose come il mare in tempesta.

Ma per quanto io speri e tenti, tu sei ferma, e noi non ci muoviamo.

 

Io corteggio, lo sai. Sempre. Mi faccio anche malissimo. Alcune volte ho preso dei due di picche spaventosi. Altre volte qualche stronza si è approfittata della mia fragilità e si è soltanto divertita con me, per poi buttarmi via come uno straccio vecchio. Questo mi ha ferito, mi ha reso più diffidente, ma tu hai tolto tutti i pezzi della mia corazza, uno ad uno, con poche dolci parole, che ho udito per caso.

E così, mi rivedo: eccomi che pianto in asso tutto e tutti per correre da te, eccomi che ti aspetto anche se tu non arrivi mai, eccomi che ti chiedo il numero di telefono e che ti invito a cena in un bel ristorante; eccomi infine che ti dico parole che raramente sono uscite dalla mia bocca, mentre tu mi fissi silenziosa.

E poi rivedo te: sei raggiante mentre sfogli quell’introvabile copia di una prima edizione italiana de “Il signore degli anelli”, che ti ho regalato per il tuo compleanno; e sei triste quando capisci che mi stai dando troppa corda, senza essere sicura di quel che fai, perché sai che con quella corda finirò per impiccarmi. Questa è la mia vita negli ultimi mesi: correrti appresso come un cucciolo, senza mai poter veramente giocare con te.

Tu rimani lontana e inafferrabile: non mi farai mai entrare nel tuo mondo, vero?

Se almeno non fossi bella.


Ci ho pensato a lungo: tu non immagini quanto sia stato difficile per me. E sto già soffrendo all'idea di non poterti più parlare e sentire. Ma vorrei un gesto, un cenno, una speranza, che non siano soltanto un'illusione, frutto del desiderio di essere amato; e so che non li avrò. Almeno non abbastanza presto; e in ogni caso, a che prezzo? Non mangio, dormo poco, e aspetto che il telefono suoni. Ho persino incominciato a fumare di nuovo, dopo tutta la fatica fatta per smettere.

Perderò anche la tua amicizia in questo modo, lo so. E questo mi addolora talmente tanto che se ci penso mi impedisce di respirare.

Potrò forse osservare da lontano, e sapere, tramite qualcuno che ci è amico, se troverai finalmente la tranquillità e l'amore che meriti. E se sarai felice, perché alla fine è questo che mi importa.

Sai qual è il mio più grande rammarico? Sarei voluto essere la tua armatura di mithril (perdonami il paragone un po’ infantile): avrei usato il mio corpo e la mia anima per proteggerti da tutto il male del mondo. Avrei usato la mia magia per difenderti dal dolore e cancellare le tue sofferenze.

Qualcuno mi ha detto che elfi ed  incantesimi sono buoni solo per i romanzi fantasy, ma io credo che la magia invece esista, anche in questo mondo, e che gli elfi camminino tra di noi, così come le Bianche Dame.

Addio, Sara.

Matteo”



Commento di Wolfghost: Il tema di cui mi da modo di parlare il racconto di Nico24, sono le lettere di addio. Quello che segue è il commento che avevo lasciato sul blog di Nico...

E' una lettera con molto equilibrio  Sì, so che sembra strano, ma credo davvero che chi capisca che sta riponendo male il suo amore ed è in grado di lasciare perciò "andare", anche se con enorme sofferenza e sforzo, dimostri di essere una persona di grande equilibrio.
E' chiaro poi che la lettera esprime in realtà un... "addio condizionato": io ti lascio, sì, ma intanto ti dico cosa provo te, come ti vedo eccezionale, cosa farei per te... cosa ti stai per perdere insomma 
Ecco, diciamo che la lettera è anche un estremo tentativo di conquista dal quale però non c'è ritorno. E' un aut-aut nei confronti di entrambi, perché chi scrive e spedisce una lettera simile, sa che poi non può, non deve, più tornare indietro, a meno di ottenere la "posta piena" Altrimenti perderebbe credibilità.
Quindi, concludendo, non c'è peccato in una lettera del genere, ammesso che il protagonista sappia bene quale ne sia il prezzo - l'allontanamento - e sia pronto a pagarlo, e sempre che abbia atteso il tempo giusto prima di fare un passo simile, poiché ognuno ha i suoi tempi e bisogna essere disposti ad accettare anche quelli dell'altro.
Ammesso che questi due punti siano rispettati... Matteo ha fatto bene a spedirla 

Molto brava Nico24, per lettera e racconto 
Tra l'altro, tempo fa, lessi che una donna apprezza di più l'uomo che sa dire "basta" - anche se la sua corte gli mancherà - piuttosto che quello che, anche un po' pietosamente, continua un inutile inseguimento.
E questo post sembra confermare la tesi
 

fine
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martedì, 08 settembre 2009
La ragazza con la valigia colorata - I motivi dell'omosessualita'
Finalmente posso riprendere la scaletta dei blog che avevo in mente
La prima idea per un nuovo post mi venne in mente leggendo il seguente racconto di anneheche sul suo omonimo blog che, per i pochi che ancora non lo conoscono, si puo' trovare qua: anneheche blog
E' un post un po' datato (come scrivevo sono un po' in ritardo ) e in molti lo avrete gia' letto: chi vuole puo' saltare direttamente al mio sottostante commento...


... dimenticavo! Anneheche ha anche scritto il seguito, chi vuole lo puo' trovare qui: LA RAGAZZA CON LA VALIGIA COLORATA 2




LA RAGAZZA CON LA VALIGIA COLORATA - di anneheche

ragazza
Poi arrivò la ragazza con la valigia colorata.
Avevo visto solo una sua foto: era bella, capelli bruni, gambe atletiche; camminava scalza sulla spiaggia e indossava dei pantaloncini corti di jeans.
Però conoscevo piuttosto bene la sua anima. Prima di incontrarci ci eravamo scambiati una quantità di e-mail, e avevamo parlato più volte al telefono. Da quel punto di vista sapevo cosa aspettarmi. In quanto al resto, esisteva un'incognita.
Da quanto avevo appreso di lei, Loredana possedeva un mondo interiore ricchissimo. Lo avrei paragonato alle stagioni: poteva essere calda come l'estate, dolcemente nostalgica come l'autunno, gelida come l'inverno, spensierata e gioiosa come la primavera. Nella sua vita, aveva sperimentato l'appagamento dell'amore, la trasgressione dei sensi e la solitudine dell'abbandono. Era stata investita dalla tramontana, bagnata dalla pioggia, e riscaldata dal sole: non necessariamente in quest'ordine.
Con me si era dimostrata franca e aperta. Se devo essere sincero io un po' meno, molto meno.
Ma quel giorno ciò che contava era incontrarla. Mi sentivo ansioso, tuttavia anche impaziente di vederla, di percepire una presenza reale, di parlarle guardandola negli occhi. Era da molto tempo che non mi succedeva.
Le andai incontro.
Loredana mi abbracciò.
C'era stato un momento, proprio mentre veniva annunciato l'arrivo del treno, in cui avevo pensato di andarmene. Avrei lasciato la stazione, sarei salito in macchina e sarei tornato a casa. Loredana non sapeva dove abitavo, il mio numero di telefono era riservato e avrei spento il cellulare. Per lei sarebbe stata una grande delusione: aveva speso un sacco di soldi per prenotare l'albergo e comprare il biglietto. Si era sobbarcata un viaggio di molte ore. Mi avrebbe aspettato invano, poi avrebbe compreso.
Ma fu solo l'idea di un istante: in realtà, desideravo conoscerla. Più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quella mattina, mentre bevevo il caffè, avevo ascoltato i Led Zeppelin. Era un triplo cd dal vivo che avevo appena acquistato. Quando volevo sognare mettevo nel lettore un disco dei Jethro Tull; se, invece, avevo bisogno di una scarica di adrenalina optavo per il gruppo di Jimmy Page. E ciò che mi aveva spinto a incontrare Loredana era proprio il bisogno di adrenalina.
Un gioco perverso?
No. Nel modo più assoluto. Era qualcosa di diverso, di molto più profondo; lei mi aveva colpito veramente: in caso contrario, non mi sarei esposto in quel modo. Perché immaginavo quello che sarebbe potuto accadere, e sebbene mi augurassi di non arrivare a quel punto, non ignoravo che forse era proprio quello che lei desiderava.
Io so come mettere a proprio agio la gente: è un mio dono innato. So affascinare le donne, dato che riesco a essere galante senza risultare mai invadente; riesco a intromettermi in una discussione fra perfetti sconosciuti, e un istante dopo tutti penseranno di conoscermi da una vita; faccio ridere i bambini; e in un momento posso conquistare la fiducia di un cane, oppure persuadere il vigile più intransigente a levarmi una multa. In realtà, non sono molto interessato alle persone: ma mi diverto a dimostrarmi superiore a loro. A scuola studiavo poco, tuttavia prendevo voti altissimi perché ci so fare.
Con Loredana funzionò subito, e non solo perché io volevo che funzionasse, ma per il semplice motivo che ero realmente attratto da lei.
Avevo capito che era una persona speciale. Lo avevo capito immediatamente. Fin dalla prima telefonata.
Trascorremmo quattro giorni stupendi. Le mostrai la mia città, visitammo musei e chiese, cenammo sempre nello stesso ristorantino, un locale delizioso dove servivano il miglior caciucco di Livorno; e soprattutto parlammo.
Era inevitabile che prima di partire lei volesse vedere la mia casa.
Quando la feci accomodare sul divano, si strinse a me. Sapevo che sarebbe successo. E stranamente non restai indifferente al profumo del suo corpo, al suo abbraccio morbido. Intuii che stava per baciarmi.
Fu allora che le raccontai tutto.
Le parlai di Paolo.
Al telefono non avevo taciuto per viltà. Se fossi stato sposato e non glielo avessi detto, il mio comportamento sarebbe stato peggiore, in quanto avrebbe dimostrato che nutrivo intenti lascivi o che comunque ero pronto a tradire due donne contemporaneamente. Ma Paolo era morto da tre anni, e dopo di lui non c'era stato nessun altro. E nemmeno prima, visto che mi ero innamorato di lui in seconda liceo. Inizialmente non mi aveva corrisposto; mi considerava il suo migliore amico, e frequentava la più bella ragazza della classe. Ma troppe furono le ore che passammo assieme a studiare, troppi i libri che ci scambiammo, troppo forte l'intesa che, giorno dopo giorno, venne a crearsi fra noi. Paolo era intelligente, bello e sensibile. Biondo con gli occhi chiari lui, bruno con gli occhi grigi io; piccolo e mingherlino l'uno, forte e muscoloso l'altro. Quante volte lo difesi e quante volte feci a botte per lui! Benché all'epoca non fosse (ancora) omosessuale, aveva un aspetto fine e delicato che dava fastidio ai bulli della scuola. Stava con Silvana, ma questo non gli evitava il sarcasmo feroce di cui siamo capaci noi toscani.
Quando finimmo a letto, lui si innamorò di me. Io lo amavo già da sempre.
Loredana mi ascoltava in silenzio. Notai che non si era scostata. Non scorsi alcun segno di delusione o di fastidio. Era possibile che fosse sconcertata, ma non lo diede a vedere.
Quando finii di parlare, si accese una sigaretta. "Non sei mai stato con una donna?"
Scossi la testa.
"Perché hai voluto conoscermi?" La sua voce era dolce. Non c'era traccia di risentimento. La guardai. Era bella; mi rendevo conto di desiderarla, ma avevo paura. Temevo che il contatto con il suo corpo mi disgustasse. "Perché", risposi lentamente, "tu gli assomigli. Non fisicamente, intendo..." Lasciai in sospeso quelle parole, rendendomi conto che erano stupide. Mi sforzai di farle capire quello che provavo, di aprirmi veramente. Infine, dissi la cosa che al momento mi sembrava più giusta. "Io amavo Paolo perché era lui, e ora credo, penso, di amare te. Siete così simili, guasi foste fratello e sorella: la stessa sensibilità. i medesimi tormenti dell'anima, il bisogno di essere capiti, protetti, difesi da tutto quello che c'è di orribile là fuori." Indicai la finestra spalancata sul mare. Le stelle rilucevano nella notte e la luna splendeva, un lieve vento disegnava forme fantastiche sull'acqua scura. "Quello è bello.", dissi. "Il mondo è bello. Però, esistono anche l'invidia e la cattiveria, l'ignoranza e la violenza più ottusa."
Trassi un profondo respiro. "Io... ti aspettavo da quando è morto Paolo."
Non mi chiese come era successo.
Mi baciò sulla bocca.
Fui sul punto di ritrarmi, ma dopo un istante ricambiai il bacio. All'inizio con dolcezza, poi in modo quasi selvaggio, disperato. La sua lingua era morbida, calda. Si staccò da me e incominciò a spogliarsi.
Io rimasi incantato a guardarla.

Quando la riaccompagnai alla stazione, sapevo che sarebbe tornata.
E sapevo anche un'altra cosa.
Che questa volta non sarebbe più ripartita.




Commento di Wolfghost: lo spunto da questo bel racconto della Anneheche nazionale, mi serve, come si sarà intuito, per affrontare un quesito che, ho scoperto, non incuriosisce solo me ma anche molti scienziati… e da tanto tempo, pure! Ovvero i motivi dell'omosessualità.
Perché proprio questo racconto? Be', forse per il cambiamento del protagonista che passa da un rapporto omosessuale ad uno eterosessuale e che, dunque, incuriosisce ancora di piu': quello di Anneheche e' un racconto, ma nella realta' non e' un caso infrequente, come non lo e' l'opposto, ovvero il passaggio da un rapporto etero a uno omo.

La domanda è di per sé semplice. Dato ormai per scontato che l’omosessualità è ben presente in natura (oltre che nella storia millenaria dell’umanità recente) e che ormai nessun esperto si azzarda più a considerarla un’anomalia ma piuttosto una “modalità alternativa”, quel che gli esperti (e io) si chiedono ormai da tempo è: ma perché la Natura, che non fa mai nulla per caso, ha creato questo modello di sessualità e convivenza “alternativa”, visto che non ha utilità ai fini della procreazione? Certo, a meno di non fermarsi a "l'amore non conosce confini", che pero' non esclude di per se' motivazione "pratiche".

Alcuni di questi scienziati pensano adesso di aver trovato una possibile spiegazione: essa risiederebbe nella funzione sociale che tale modello comportamentale ha, piuttosto che sulla sua funzione riproduttiva. Dice Nathan W. Bailey dall'Università della California a Riverside (citato in un articolo di Le Scienze che potete trovare qua: Il significato evolutivo del comportamento omosessuale):
"I comportamenti omosessuali sono dispiegati in modo flessibile in una varietà di circostanze, per esempio come tattica riproduttiva alternativa [ovviamente non vale per l’uomo e per le specie “maggiori”, N.d.R.], come strategia di ibridamento cooperativo, come facilitatori dei legami sociali o come mediatori di conflitti intrasessuali. Una volta che questa flessibilità si è stabilita, diventa in sé e per sé una forza selettiva che può dirigere la selezione su altri aspetti della fisiologia, della storia della vita, del comportamento sociale e anche della morfologia".
Bailey insomma sostiene che gli omosessuali aggiungono una funzione sociale capace, almeno in certi casi, di modificare il percorso evolutivo della società nella quale si trovano.
Cito ancora l’articolo de Le Scienze: “Per esempio, gli studi sugli albatros di Laysan hanno scoperto che circa un terzo delle coppie di albatros erano femmina-femmina. Gli autori sottolineano che queste coppie avevano un maggiore successo nell'allevare i piccoli rispetto alle femmine non in coppia. Pertanto questo tipo di coppia può avere significative conseguenze evolutive nel cambiamento delle dinamiche all'interno della popolazione”.
Insomma, è un modo anche questo di ricordare che il fine ultimo della Natura è l’evoluzione e non unicamente la procreazione che ne è solo uno degli aspetti. Anche la sopravvivenza delle specie ha la sua importanza, e – almeno nel caso degli albatros – questo spiegherebbe perché la Natura vede di buon occhio la… cooperazione femminile nell’allevamento dei piccoli.
Senza contare, mi viene in mente quale effetto collaterale, che nel frattempo i maschi di albatros potrebbero proseguire nella loro opera di… inseminazione delle femmine, dando alla stessa procreazione, e dunque alla specie, ancora maggiori probabilità di evoluzione e sopravvivenza.
Ehi… non dico che questo dovrebbe valere anche per gli uomini, eh! Personalmente sono per la monogamia!

Non dimenticando uno dei miei aforismi preferiti - che recita “L’uomo impiega una vita per capire che non tutto va’ capito”  , ovvero che tutto sommato la spiegazione "l'amore non conosce confini" potrebbe bastarci e avanzarci - vi lascio con la domanda: la spiegazione data da Bailey e soci (al di la’ dello specifico esempio degli albatros), vi sembra verosimile?

albatro
Scritto da: Wolfghost alle ore 18:52 | permalink | commenti (88) | categoria: natura, amore, scienza, evoluzione, omosessualità Grazie per i vostri (pop-up) commenti (88)
sabato, 09 maggio 2009
Questa vita, cosi' ciclica, cosi' unica...


The show must go on, canterebbero i Queen, perche' la vita, intesa come "mondo", non si ferma.
 
Passerotto0Nella sequenza fotografica riportata in questo post, si vede il dramma di una rondine che si accorge della morte del compagno e lo "piange" disperata (almeno e' questa l'interpretazione piu' immediata che siamo tentati di dare alla scena).


Oltre a commuovermi, questa sequenza ha fatto passerotto1nascere in me una ridda di pensieri; alcuni sono ovvi, come il fatto che ancora oggi molte persone, in preda a delirio di superiorita' della specie, affermino che solo gli esseri umani sono capaci di sentimenti e affetti reali, mentre quelli delle altre specie animali sarebbero solo riflessi istintivi (ma non e' che sara' cosi' anche per noi, piuttosto? cos'e' un affetto? E cosa un riflesso istintivo?); altri pensieri forse sono meno scontati, come la ciclicita' della vita "nel suo complesso" che pure rimane unica e irripetibile per il singolo.

passerotto2Come scrivevo qualche post fa', la Natura, per fare il suo percorso evolutivo, necessita del ciclo di nascita e morte delle creature, perche' altrimenti le specie non potrebbero evolversi. Questo, a ben vedere, vale davvero per tutto e per tutti, nel piccolo come nel grande, in una sorta di universale democrazia.
I buddisti sottolineano questo concetto ricordando che tutto e' caduco, tutto: gli esseri viventi, le piante, gli oggetti, i pensieri...

Come quella rondine, chissa' quante altre creature hanno dovuto piangere i loro morti, chissa' quante lo dovranno fare ancora. Un ciclo senza fine, dunque apparentemente inutile e senza senso.

passerotto3Eppure, a parte il senso nel quadro complessivo dell'evoluzione, per ognuna delle creature la vita non si ripete: e' unica, come la nascita, la morte e ogni singola azione e avvenimento che accade nel mezzo.
La rondine non si chiede cosa c'e' stato prima, non si chiede cosa ci sara' dopo, per lei eternita' e infinito sono parole senza senso. Il tempo della sua vita e' l'eternita'. Lo spazio che conosce e' l'infinito. Dopo la sua morte niente esistera': tutto e' iniziato con lei, tutto finira' con lei. Miliardi di rondini nasceranno e moriranno, eppure non ci sara' mai una rondine uguale a questa, e nemmeno "una vita di rondine" uguale alla sua.

La vita: universalmente ciclica, individualmente unica e irripetibile.
passero4



Sempre come canterebbero i Queen... chi vuol vivere per sempre, se perfino l'amore deve morire?

 

 
Scritto da: Wolfghost alle ore 00:18 | permalink | commenti (83) | categoria: amore, vita, sentimenti, morte, esistenza, buddismo, evoluzione, queen, infinito, eternità, dramma, caducità, unicità Grazie per i vostri (pop-up) commenti (83)
mercoledì, 25 marzo 2009
La storia di Christian il leone :)
Questa storia (vera) e il relativo video girano gia' da un po' di tempo su Internet ma io li ho scoperti solo recentemente grazie a buchinerinluce ed al suo omonimo blog buchinerinluce.splinder.com/ e... davvero non posso non riportarla anche qua , pazienza se non saro' originale

Ho scelto, oltre al testo scritto, la versione decisamente piu' lunga e con doppiaggio in Italiano (anche se piu' o meno c'e' quanto riportato nello scritto) perche' ci sono anche le foto del cucciolotto da piccolo

Per coloro che hanno poco tempo, guardate almeno i primi due minuti e 20 secondi del video.
Buona lettura e buona visione!




Altri tempi, allora. La storia di Christian comincia nel 1969. Se volevi un cucciolo di leone. lo compravi al negozio di animali: e te lo davano senza andare troppo per il sottile. Fu così che il leoncino Christian finì a casa di John Rendall e Ace Bourke, due ragazzi australiani che abitavano a Londra. Accudito e coccolato, placido e benvoluto. Christian abitava in un negozio di mobili a Kings Road. Faceva pipì nella cassettina, come un gatto: pulitissimo. Il giardino della chiesa era a sua disposizione per giocare e fare un po’ di sano movimento. Però Christian era un leone, non un micio. Il tempo passava. Il cucciolo ormai stava diventando adulto. Un giorno capitarono nel negozio di mobili alcuni degli attori che avevano girato “Nata libera”, la storia di una leonessa allevata in cattività e poi restituita faticosamente dai suoi padroni alla vita selvaggia in Africa. Erano i primi, pionieristici tentativi di quel genere. Fu deciso di provare anche con Christian. Si sapeva che sarebbe stato difficile e rischioso. Quante possibilità aveva un leone londinese di imparare a cacciare e a sfamarsi? Christian venne accompagnato in Kenya dai suoi padroni e consegnato nel 1972 al naturalista George Adamson. Il suo lavoro e le sue esperienze erano stati alla base di “Nata libera”. Poco per volta il leone Christian imparò a cavarsela sul serio e riconquistò la libertà. Nel 1974 aveva ormai un suo territorio ed era a capo di un branco. A quel punto John Rendall e Ace Bourke decisero di andarlo a trovare. Rischiate di sprecare tempo e soldi, furono avvertiti: Christian è un leone ormai selvaggio, sono nove mesi che nessuno lo vede. Probabilmente non vi riconoscerà nemmeno, se anche lo trovate potrebbe addirittura essere pericoloso. Però incredibilmente il leone Christian riapparve con il suo branco nei pressi del luogo in cui viveva e lavorava George Adamson giusto il giorno prima dell’arrivo dei suoi ex padroni. Il resto, il momento dell’incontro, è mostrato dalle immagini. E non servono altre parole. Christian accompagnò al campo i suoi ex padroni. Rimase con loro la notte, e poi se ne andò. Non fu mai più visto, nessuno sa che fine ha fatto.



Scritto da: Wolfghost alle ore 00:01 | permalink | commenti (66) | categoria: amore, animali, amicizia, leone, christian il leone Grazie per i vostri (pop-up) commenti (66)
lunedì, 05 gennaio 2009
Vita di una rosa
vita di una rosa“Un’altra settimana è andata!” pensò M. rientrando in casa dalla spesa del sabato mattina, la mente ancora alla settimana lavorativa appena conclusa. Era una donna molto stimata in paese, la chiamavano tutti “dottoressa”, d’altronde era davvero l’unica laureata di quel piccolo paese.
Rimasta presto orfana, era riuscita con forza e determinazione a costruirsi una vita di tutto rispetto. Entrata in una grande azienda della vicina città, aveva fatto tutta la gavetta e, dopo molto lavoro e sacrificio, era adesso nel consiglio di amministrazione in un ruolo mai ricoperto prima da una donna. “Che bello se i miei potessero vedermi adesso…”, pensò con un sorriso appena abbozzato e un pizzico di rammarico.

Cucinò qualcosa in fretta, mangiò davanti alla televisione che guardava sempre un po’ distrattamente, con la testa già rivolta agli impegni del lunedì successivo. Presto però tornò a percepire quella sensazione che da un po’ disturbava i suoi pensieri, altrimenti sempre lineari e precisi, diretti all’obiettivo di carriera. Aveva cercato di capire da cosa dipendesse quel malessere, come una… sensazione di vuoto, come se una parte di lei si ribellasse ad una vita fatta solo di lavoro, anche se di successo. Un sentimento di incompiutezza che si faceva sempre più forte, giorno dopo giorno.
Si guardò allo specchio. Sapeva di essere una bella donna, notava facilmente le occhiate di ammirazione di colleghi e paesani maschi e quelle di invidia della parte femminile. Le facevano piacere, certo, ma non sapeva bene cosa farsene, anzi accrescevano in lei la sua frustrazione per una parte che non era giunta a termine, come un cioccolato prelibato destinato ad una vita di vetrina.
Bussarono alla porta, tre volte. “Sabato pomeriggio… che strano”… Guardò dallo spioncino, un uomo dall’aria giovanile ma i capelli già quasi bianchi e una vistosa giacca rossa.
“Buongiorno… mi scusi se la disturbo…”. Le sembrava un viso già visto…
“Ero al supermercato, ricorda? Mi ha urtato con il carrello…” disse sorridendo…
“Ah… sì, mi ricordo adesso!”. Affascinante quel sorriso, si scopri a pensare.
“Non sarà venuto a chiedermi i danni, vero?” disse con una breve risata della quale si stupì per prima.
“No… è che… bé, so che mi troverà strano, ma io sono una di quelle persone che crede che nulla accade per caso; non dovevo essere qua oggi, eppure una serie di circostanze mi ha spinto in quel supermercato, non dovevo nemmeno comprare nulla… Poi ho visto lei… e certi incontri non si ripetono…”. Mentre parlava non staccava gli occhi dai suoi. Lei era imbarazzata, ma si sentiva come rapita, come se il suo cervello avesse improvvisamente smesso di essere razionale come sempre.
Lo fece entrare, non senza chiedersi tra sé e sé “ma che stai facendo? Non sai nemmeno chi è!”. Fu come se si fosse stancata di essere sempre così misurata e accorta.
Passarono un’ora buona a dialogare sempre più cordialmente, con lei che non credeva quasi a cosa stesse succedendo.
“E’ una bellissima giornata primaverile fuori, non ti andrebbe di fare due passi? Avete tanto verde qua attorno! Per me che sono un cittadino è un vero spettacolo! Sarebbe così un peccato perdermelo…”.
Accettò e lo portò in quel sentiero lungo il fiume che amava particolarmente, tra i suoni meravigliosi dell’acqua che scorre impetuosa e del bosco che lo costeggia. Lo aveva fatto centinaia di volte, era il suo rifugio segreto, il percorso un po’ mistico che la aiutava a ritemprarsi in fretta quando era sotto pressione.
Arrivarono al campo di fiordalisi dove di solito si fermava a riposare. Ormai parlavano come se si conoscessero da anni. Improvvisamente lui si fermò e smise di parlare. Lo guardò un po’ impaurita, chiedendosi se avesse detto qualcosa di sbagliato. Lui le prese il viso tra le mani e la baciò, prima delicatamente, poi con crescente passione, le labbra, le guance, gli occhi, i capelli…
La sera li sorprese ancora abbracciati, stesi sull’erba. Lui la teneva per i fianchi, quasi temesse di vederla volare via… Lei sorrise come se qualcosa di divertente le fosse venuto in mente…
“Cosa c’è?” chiese lui sorridendo di rimando.
“Oh… niente, niente… un giorno ti racconterò…”
Stava pensando ai pensieri bui della mattina, a quel senso di vuoto che la accompagnava da anni e che adesso non c’era più, scomparso in poche ore nel nulla. “Se morissi oggi” – pensò – “morirei contenta. Mi rendo conto che è questo il giorno che ho aspettato tutta la vita… Non scorderò mai questi fiori, queste stelle, questo vento… questi fremiti…”.

Si incamminarono per rientrare, lasciandosi presto: c’era una scorciatoia che avrebbe portato lui dritto al piazzale del supermercato dove aveva lasciato l’auto.
“Sei sicura che non vuoi che ti dia un passaggio fino a casa?”
“Ti ringrazio ma… voglio godere ancora un attimo di questa bellissima serata… voglio che divenga indelebile nella mia mente. Allora domani vieni per le undici, finalmente potrò cucinare per qualcun altro oltre che per me stessa!” disse sorridendo.
“Certo… ricorda: busserò alla tua porta tre volte! Non vorrei che domani non mi riconoscessi!” rispose lui ridendo.

Si rincammino lungo il fiume. Era così felice che non guardava nemmeno il sentiero. Era come se tutta la sua vita fosse stata concentrata in quel giorno.

Era così felice che non si accorse che il lato del sentiero a valle del fiume era franato…



Nelle notti stellate di Primavera, c'è chi ancora oggi - a decine di anni dall'accaduto - sostiene di udire distintamente bussare a quella porta... 


(omaggio a Fabrizio De André)
Scritto da: Wolfghost alle ore 03:21 | permalink | commenti (97) | categoria: amore, racconti, de andré Grazie per i vostri (pop-up) commenti (97)