Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra' fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l'equilibrio tra cio' che si e' e cio' che bisogna apparire...
Chi Sono
Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un "ricercatore dell'anima", incuriosito tanto dall'esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi.
In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni.
Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada...
Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l'anno del cane. Quando l'ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi...
Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.
Il Perdono di Dio Paolo Frani
Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l'unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l'unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia...sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell'incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l'additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
" mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via."
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L'indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L'avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino...il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l'unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l'unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta...una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue...il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell'anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L'erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell'amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l'uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:"...ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni...tu ti sei mai accorta quando succede?..."
Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall'uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull'asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.
E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest'estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.
Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non "perdonano", non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l'ira e l'odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E' mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell'uomo, così come i crimini "innaturali" dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l'abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice "non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità "vecchia" che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta 'è "solo" un'animale'..... Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono "liberi" in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell'epoca, della cultura, dell'educazione e delle esperienze vissute precedentemente." - ecco, questa mutabilità dell'uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla "cultura" e all'epoca storica, sono la dimostrazione che l'istinto e la naturalezza - che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell'animale - c'entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in "cattività" (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida - se preferite comprenda - l'amore per la Natura.
E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog Era l'anno del cane
Mi piace riportare qua, come nuovo post, un commento che ho lasciato sul blog capehorn.splinder.com/, dell'omologo proprietario, in occasione di un suo accorato e molto profondo post sul tragico evento dell'ultimo terremoto. Vi invito tutti a leggere anche tale post.
Potremmo scrivere mesi sull'argomento "dio", anni anzi. D'altronde lo fanno da millenni senza arrivare ad una conclusione univoca, perche' dovremmo arrivarci noi?
Io posso solo dire quale e' il mio personale concetto di Dio oggi, senza nessuna pretesa che tale visione sia condivisa da altri, e in che cosa sbaglia chi si chiede "dov'e' Lui'" quando capita qualche tragedia personale o collettiva. D'altronde perfino io ho scritto "oggi" perche' ho cambiato gia' idea diverse volte lungo il mio percorso e, spero, ancora la cambiero' in futuro. Perche' in fondo... mi piacerebbe credere in un Dio che sia piu'... umano e benevolo, una sorta di papa' o di mamma, insomma
Dio oggi per me e' l'Universo, la Natura, l'Energia che tutto pervade e tutto forma. Da li' veniamo, di essa siamo costituiti, ad essa torneremo. In fondo non vedo una grossa spaccatura con le varie antiche scritture sparse in ogni parte del mondo, ne' con l'idea alla quale la scienza, a poco a poco, si sta avvicinando.
In questa visione Dio non e' "personale", non e' "umano", non e' nemmeno benevolo o malevolo.
Dio e', e basta. A lui, la Natura, interessa solo una cosa: l'evoluzione di se' stesso, ovvero dell'universo e di cio' che lo compone. In quest'ottica, i singoli componenti sono "sacrificabili" in nome dell'evoluzione dei sistemi piu' grandi.
L'ho scritto molte volte: se non esistesse la morte... come potremmo esistere noi? Come avrebbe potuto, e come potrebbe, svilupparsi l'evoluzione? Le prime cellule sarebbero durate per sempre, sarebbe rimaste sempre uguali. Solo attraverso la loro riproduzione e morte, le nuove cellule, un pochino migliori, avrebbero potuto prenderne il posto.
Se non fossero esistiti i terremoti, il pianeta non solo non avrebbe la forma che ha, ma probabilmente nemmeno esisterebbe. La terra non e' sempre stata cosi', all'inizio era ben diversa, una palla di fuoco in cui la vita non avrebbe mai potuto esistere. Essa si e' evoluta, e anche i terremoti hanno fatto parte della sua evoluzione... a discapito di chi la abitava.
Qual e' allora l'errore dell'uomo, un errore che si perpetua da migliaia di anni? Semplice: credere di essere la creatura per cui l'universo tutto e' stato creato. Una visione spropositatamente egocentrica, di una ingenuita' che definire infantile dovrebbe far sorridere di tenerezza
Eppure ce la propinano ancora oggi, continuamente.
Certo che l'uomo puo' prendersela con Dio allora: e' reo di averlo creato e poi abbandonato.
Ma se mettiamo l'uomo nella posizione che gli spetta... tutto torna: un essere semplicemente sacrificabile. Come tutto il resto che c'e' al mondo.
Ma almeno un vantaggio l'uomo ce l'ha: ha la consapevolezza di se' stesso, di cosa sta attorno a lui. L'uomo puo' capire le leggi che regolano l'universo, o meglio, che l'universo stesso ha creato lungo la sua evoluzione.
Cosi' facendo, forse, puo' arrivare molto, molto lontano.
Gli Antichi, di qualunque parte del mondo fossero, non facevano l'errore dell'uomo "moderno": essi temevano la Natura, essi non pensavano di essere superiori alle altre creature, ma di essere semplicemente parte di loro.
L'Antico aveva rispetto per la Madre Terra, timore di cio' che vedeva accadere attorno a lui, si sentiva - giustamente - piccolo e insignificante. Ma tale visione lo rendeva piu' grande degli egocentrici uomini moderni. Perche' comportava umilta', non superbia. Perche' lo portava ad essere CON la Natura, non a volerla sfruttare e dominare in un delirio di onnipotenza.
Quando vedo certe alte figure religiose e ascolto le loro parole... be', mi viene in mente Qualcuno che disse "perdonali, perche' non sanno quello che fanno."
Paradossale, eh? Loro che dovrebbero esserne i rappresentanti
Si narra che per il mondo vaghi ancora oggi qualche antico alchimista che, scoperta la "pietra filosofale", divenne immortale. Be'... se cosi' fosse, non ci sarebbe riuscito perche' "fu miracolato", ma perche' capi' "come funziona Dio".
E in fondo e' cio' che anche la scienza e le genuine correnti spirituali si propongono di fare.
Ed ora scusatemi: vado orgogliosamente a ritirare la mia scomunica al Vaticano!
Questo e' un post che probabilmente seguiro' poco... Strano dite? Be', il fatto e' che... sono cosi' innervosito che mi e' passata la voglia di parlarne. L'argomento e' la mattanza di cani, la stragrande maggioranza dei quali assolutamente innocui e innocenti, che sta avvenendo in Sicilia, terra di origine di mio padre.
Riporto qui il contenuto del mio intervento su un forum di persone che gli animali li rispetta.
Sono deluso da quanto sta succedendo, ho bisogno di "prendere un po' d'aria".
Inizialmente ero furibondo con la Sicilia di mio papa'. Avevo addirittura preso in considerazione una campagna di boicottaggio dei prodotti che arrivano da li', nonche' delle vacanze in quelle terre. La Sicilia, senza turismo, verrebbe messa in ginocchio e, si sa', gli italiani (non importa di dove) si danno una regolata solo quando vengono colpiti nel portafoglio: forse sarebbe servito a farli ragionare, e pazienza per la brava gente che, nel mucchio, avrebbe avuto qualche mese di difficolta', forse gia' solo l'udire del rischio di iniziative del genere avrebbe fermato i "giochi".
Questo pensavo.
Cosi' come pensavo che sarebbe stato ipocrita non prendere iniziative del genere. Diciamocelo francamente: se la notizia di animali abbattuti in questo modo, avesse riguardato una qualunque altra parte del mondo... l'avremmo fatto. Avremmo chiesto di boicottare quel posto, i suoi prodotti, avremmo "odiato" indiscriminatamente tutti i suoi abitanti. Non dite che non e' cosi'. Quanti insulti e iniziative ho sentito contro i cinesi o i coreani, eppure... credete che gli animalisti non siano anche li'? Credete che anche li' non ci sia gente che si batte per loro? Se lo credete, siete poco informati.
Pero' e' vero che, anche se forse non con queste proporzioni, non posso dimenticare quel cervo (era un cervo?) smarrito in una citta' del Nord-Est e che, seppure ormai in trappola, e' stato abbattuto senza pieta'.
Non posso dimenticare quell'orso abbattuto in Svizzera.
Non posso dimenticare il gattino avvelenato che mi mori' in braccio, qui nella mia Genova; non posso dimenticare le sue fuse sommesse, fino a pochi attimi dalla morte.
Non posso dimenticare che il presidente della squadra di calcio per cui tifo ha una riserva di caccia privata dove fa portare daini e altri animali per poi abbatterli a fucilate. Ma quando lo dico nessuno si stupisce. Escono fuori commenti pacati, del tipo "Si, si, anche il titolare della mia azienda ce l'ha!".
Come si fa ad aver guardato, ma davvero guardato, negli occhi di un animale e poi prenderlo a fucilate per... "sport d'elite"?
Ecco... sarebbe stato facile, in questi giorni, cavalcare l'onda dell'indignazione, ma... sarebbe stato l'esatto identico errore di chi vede la pagliuzza nell'occhio del fratello e non vede la trave nel suo. Invece ammiro chi si e' rifiutato di "dividere", ed ha aiutato come ha potuto, anche se non si trattava della sua citta', del suo territorio, magari perfino della sua nazione.
Da cosa sono deluso allora? Da noi. Dalla specie. Da me. Da tutti. A partire dal papa (il minuscolo e' voluto) e da tutti coloro che non si limitano solo a dire che l'uomo e' l'animale piu' intelligente, che forse (forse) e' anche vero, ma che sostengono che e' "la creatura eletta", l'unica vera "espressione di Dio". Su quali basi, che non siano dettate dalla paura della morte, devo ancora capirlo.
Siamo solo degli animali arroganti e presuntuosi, che nascono, vivono e muoiono esattamente come tutti gli altri, ma che si beano di sostenere che hanno dio ("d" minuscola) in loro, che hanno l'anima, che loro si' che andranno in paradiso ("p" minuscola), che credono di poter disporre di tutti ed ogni cosa e che la loro tanto decantata intelligenza la usano male, molto male.
E poi muoiono... come i vermi, divorati da malattie terribili o da creaturine microscopiche che, in maniera irriverente, se ne infischiano se stanno deturpando un verme o un rappresentante della "specie eletta" E allora loro cosa dicono? Che quella malattia, quei virus, quei batteri, la sofferenza, il dolore e la morte... sono una prova o addirittura un dono (!!!) di dio! Si... pero' solo per loro, per le altre creature, attese esattamente dalla stessa sorte... no, per tutte le altre specie non vale!
Certo che abbiamo imparato a raccontarcela proprio bene, non e' vero?
Credo che un bel bagno di umilta' servirebbe a tutti.
Chissa'... forse dovremmo davvero sperare in una bella invasione aliena che ci consideri e tratti alla stregua ed alla pari di un qualunque essere vivente, batterio o scarafaggio che sia.
Allora, forse (forse), capiremmo e, nella sventura, riconosceremmo come fratelli anche gli animali che non hanno la pretesa di essere Dio.
Due capri venivano portati, assieme ad un toro, sul luogo del sacrificio, come parte dei Korbanot ("sacrifici") del Tempio di Gerusalemme. Il sacerdote compiva un'estrazione a sorte tra i due capri. Uno veniva bruciato sull'altare sacrificale assieme al toro. Il secondo diventava il capro espiatorio. Il sacerdote poneva le sue mani sulla testa del capro e confessava i peccati del popolo di Israele. Il capro veniva quindi allontanato nella natura selvaggia, portando con sé i peccati del popolo ebraico, per essere precipitato da una rupe a circa 10 chilometri da Gerusalemme. - Wikipedia
Potrei usare questa raccapricciante "immagine" per parlare, da buon vegetariano, delle povere bestiole che vengono macellate senza pieta' ogni giorno per finire sulle nostre tavole (be'... tranne che sulla mia e "poche altre"), potrei perfino mettere la voce innocente di qualcuna di queste bestiole, ma... andrei fuori tema, poiche' stasera voglio parlare del "capro espiatorio" in senso figurato.
Impariamo a porre la responsabilita' al di fuori di noi molto presto, dando la colpa "agli altri" fin dalla tenera eta'. Sicuramente anche questo e' un atteggiamento appreso, poiche' in natura non si vede mai un animale che ne accusa un altro per discolparsi, quindi deve essere una peculiarita' tutta nostra, culturalmente appresa. Chissa'... forse fin da piccoli riconoscevamo colpe nei nostri genitori che essi non solo rifiutavano di ammettere, ma addirittura attribuivano ad altri.
Perche' diamo la colpa agli altri? Be', ovviamente per non assumerci la responsabilita' delle nostre azioni, per paura di essere rimproverati, sgridati o peggio. Ma continuamo con questo atteggiamento anche quando le conseguenze di assumercene la responsabilita' sarebbero davvero minime: questo atteggiamento e' ormai entrato a far parte di noi.
E' una tragedia per me vedere quante persone hanno letteralmente rovinato la propria vita addossando la responsabilita' di avvenimenti negativi sugli altri, sul sistema, sul destino, su un Dio crudele.
Certo, a volte il caso gioca una parte rilevante su cio' che ci accade; a volte, piu' che "agire", possiamo solamente "reagire". Ma come lo facciamo, se in modo costruttivo o distruttivo, dipende sempre da noi... e sempre fa la differenza, anche quando poi perdiamo.
Leggevo qualche giorno fa, non senza sorpresa e grande ammirazione, dei malati terminali che, aiutati da psicologi che li preparano ed accompagnano nelle vicinanze del loro ultimo viaggio, anche li', o soprattutto li', mentre noi pensiamo che la vita finisce, ancora apprendono, ancora crescono. Perfino in punto di morte c'e' chi ancora costruisce e ha qualcosa di indimenticabile da lasciare a coloro che ha intorno.
La vera sconfitta non e' perdere o morire, la vera sconfitta e' credere di non avere una parte, di essere totalmente vittime delle circostanze. E' la differenza tra una squadra che perde perche' non si impegna e viene fischiata ingloriosamente dai propri tifosi, ed una che lotta come un leone contro avversari piu' grandi di lei, ed anche se perde... riceve solo applausi. E quei tifosi, quegli applausi... sono le voci della nostra anima. Perche' lei "sa", lei "sente", lei e' l'unica che conosce il nostro vero valore.
Possiamo continuare a prendercela contro qualcuno o qualcosa all'infinito, sprecando cosi' un'occasione per essere uomini, con dignita' e destino fieramente nelle nostre mani, o avvelenandoci la vita giorno dopo giorno, nutrendola con rancore, odio, paura, sentendoci inutili, impotenti, inermi, vittime. Perdendo un'altra occasione per crescere.
Il nostro valore, nella vittoria come nella sconfitta, e' racchiuso soltanto nel nostro cuore. Se sapremo di aver fatto del nostro meglio, di aver combattuto con tutte le nostre forze, moriremo una sola volta, alla fine... ma dopo aver vissuto ogni singolo giorno della nostra vita. Anziche' essere gia' morti in ognuno di essi.
Questa canzone, di Schiller, il nome di un "progetto musicale tedesco" (lo so, suona strano) pressoché sconosciuto da noi, mi colpì fin da subito. Ve la voglio proporre in due versioni: quella del video (per me meno bella) e quella solo-audio.
Sebbene una volta, cambiando qualcosa nel testo, la dedicai a una donna che non è più con me (sono un romanticone, che ci volete fare! ), questa canzone per me rappresenta la vera fede: in essa non viene mai pronunciato il nome di un dio - che sia esso Gesù, Buddha, Allah, il Grande Spirito, l'Universo, la Natura o dir che si voglia - eppure il collegamento con l'energia, lo spirito, che anima il mondo, fuori da noi e dentro di noi (è lo stesso poiché non vi è differenza), è sempre presente, così come dovrebbe esserlo in ogni secondo della nostra vita... Ognuno dia pure ad esso il Nome che desidera
E' insomma un inno alla Vita.
Per chi non conosce l'Inglese, allego testo e traduzione (mia).
I feel you
Ti sento
I feel you
Ti sento
In every stone
In ogni pietra
In every leaf of every tree
In ciascuna foglia di ogni albero
That you ever might have grown
Che tu abbia mai potuto crescere
I feel you
Ti sento
In everything
In ogni cosa
In every river that might flow
In ogni fiume che possa scorrere
In every seed you might have sown
In ogni seme che tu possa aver seminato
I feel you x5
Ti sento (x5)
I feel you
Ti sento
In every vein
In ogni vena
In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore
Each breath i take.
Ogni respiro che faccio.
I feel you,
Ti sento,
Anyway,
In ogni modo,
In every tear that I might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto
In every word i`ve never said
In ogni parola che possa aver mai detto
I feel you 5X
Ti sento (x5)
In every vein
In ogni vena
In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore
In every breath I ever take
In ogni respiro che abbia mai fatto
I feel you
Ti sento
Any way
In ogni modo
In ever tear that i might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto
In every word i`ve never said
In ogni parola che abbia mai detto