Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra' fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l'equilibrio tra cio' che si e' e cio' che bisogna apparire...
Chi Sono
Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un "ricercatore dell'anima", incuriosito tanto dall'esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi.
In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni.
Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada...
Stasera voglio pubblicare una bellissima fiaba raccontata da IrisLuna. A me è piaciuta tanto, e dopo tanti post un po' tristi è proprio quel che ci vuole
Prima però... un ringraziamentoa Firearrow per la modifica del template! Se adesso trovate le icone per il social-networking (credo si dica così... ) e i commenti pop-up assieme a quelli permalink, è merito suo!
Ringraziamenti anche da Julius e Sissi, eccoli qua Ehm... ragazziiii! Svegliaaaaa!!! Uff... vabbé, ti ringrazio io anche per loro!
Nel weekend non ci sarò, ma... lo sapete: risponderò comunque a tutti, presto o tardi
E ora la splendida fiaba di Iris...
La Luna Piena - Una fata dei boschi e un gatto nero Fiaba raccontata daIrisLuna Blog:Frammenti di Luna
Ogni volta che c' è la luna piena, come in queste notti, mi torna alla mente una favola che mi raccontavano da piccola. Parla di una fatina dei boschi, un gatto nero, e di una panchina bianca in mezzo al mare...
Le figlie di Aradia amano cantare e passeggiare per i boschi, niente riempie loro il cuore di gioia come pregare per la grande madre, e onorarla ballando sotto la luna piena. Venivano appellate fate, e avevano grandi poteri, che traevano dall'amore stesso che nutrivano per Diana. Ognuna delle fate era dotata di bellissime ali, che permetteva loro di volare perfino sopra le nubi, in modo da non perdere mai di vista la luna, nemmeno nei giorni di pioggia. Un giorno, dal pianto di una ninfa, nacque Iris. Le sue ali erano le più colorate, ma avevano un difetto: non riuscivano a volare. Quelle ali erano troppo deboli, e Iris non poteva seguire le compagne qua e là per il bosco; dovete infatti sapere che le fate non amano muoversi a piedi, ma lo fanno sempre volando molto velocemente, in modo da non farsi vedere da occhio umano. Quindi Iris rimaneva sempre da sola, specialmente sotto la pioggia, mentre le altre fate erano lassà, sopra le nubi, a danzare alla luna piena. Iris altro non poteva fare che camminare. Camminava, e camminava tanto, e così scoprì tante piccole cose del bosco che alle fate sfuggivano, svolazzando qua e là. Scoprì su quale fiore su posava la rugiada più fresca, ad esempio, o dove cadeva la prima foglia in autunno. Ma camminando camminando, Iris iniziò ad uscire dal bosco, ed esplorò zone sempre più lontane.
Un giorno, nelle sue esplorazioni, vide una grande massa d' acqua, che gli umani chiamavano "mare". Era incantata dal come riuscisse a rimanere lì, eppure muoversi con quelle sue onde. Ed era incantata da come la luna piena si riflettesse sopra di essa. Così danzò e ballò in onore della Grande Madre, da sola, senza le altre fate. Ma mentre danzava e ballava, qualcuno la stava guardando. Iris sentì il suono di un campanellino, e si accorse della sua presenza. Era un piccolo gatto nero con lo sguardo curioso. Iris rise, il suono di quel campanellino le piaceva. Allora il micio lo agitò apposta per farla ridere di nuovo.
Iris e il Gatto Nero si presentarono, e iniziarono a parlare. E camminarono. Camminarono e parlarono tanto, fino a raggiungere una panchina, una panchina bianca che si trovava proprio in mezzo al mare, in mezzo alle onde. E li si sedettero per riposare un po'. Iris guardò in silenzio il piccolo micio, e iniziò a fargli delle carezze sulla schiena, come piacciono ai gatti. Il micio rimase stupito e chiese "perchè?", la fata rispose che sapeva leggere nell' animo, e sentiva che il suo era ferito e che più di ogni altra cosa, più di ogni altra parola, aveva bisogno di affetto. Il piccolo micio rimase sorpreso. Rimasero un po' li, il micio a farsi coccolare, e la fata a guardare la luna, con l' espressione triste di chi non può volare. Il micio chiese "Come mai non voli come le tue sorelle... non sei anche tu una fata?" e Iris diventò ancora più triste.
"Vedi le mie ali? Sono troppo deboli per volare. Non hanno forza". Il piccolo gatto nero allora divenne triste. "Posso fare qualcosa?".
"No. Nessuno può farci niente".
La piccola fata dei boschi indicò la luna piena. "E' che così, sono una fata a metà. Credo che nemmeno la grande madre mi voglia come sua figlia. Non sei una vera fata, se non sai volare".
"Nemmeno io so volare" obiettò il gatto.
"Tu sei un piccolo gatto nero. Non hai le ali, per questo non sai volare". Rispose Iris.
"Credi che davvero servano ali per poter volare? Non credi che ci siano altri modi per poterlo fare?".
Iris non aveva risposta.
Si stava facendo tardi, la luna stava per tramontare, quasi sfiorava il mare. La fata disse frettolosamente addio, volto le spalle, e si diresse verso la sua casa, verso il bosco. Il piccolo gatto nero si sentiva tanto triste. Nessuno era mai stato tanto buono con lui, nessuno gli aveva fatto quelle coccole. E soprattutto, nessuna fata lo aveva mai fatto per lui. O per qualche altro gatto.
Il micio tornò di nuovo a quella panchina in mezzo al mare, sperava di incontrare di nuovo quella fata. Lui era sicuro che avrebbe trovato il modo di farla volare, se solo lei gliene avesse data l' occasione.
E la fata? La fata pensava e ripensava a quella domanda, c'erano altri modi per poter volare? E più ci pensava e più si arrabbiava e diventava triste, perchè non aveva, non aveva una risposta. E camminò in lungo e in largo per il bosco, per chiedere consiglio. Ma nessuno aveva una soluzione.
E venne di nuovo la notte. E Iris guardava la luna piena, seduta su un ramo dell' albero più vecchio del bosco, la Grande Quercia. Iris guardava la luna, ma invece di danzare e ballare come le sorelle, sospirava.
"Piccola fata, perchè sospiri ? Cosa ti affligge?".
"Grande Quercia, io ho ali troppo deboli per volare. Esiste un altro modo per poterlo fare?"
"Piccola fata, ti rende così triste non poter volare?"
"Si, molto."
"E cosa c' è che ti rallegra?"
"Non lo so. Niente mi rallegra, Grande Quercia."
"Chiudi gli occhi, fatti cullare dal soffio del vento. E cattura un pensiero felice".
Iris chiuse gli occhi. Le tornò alla mente il piccolo micio nero, il tintinnare del campannellino, la lunga passeggiata, le mille parole. Sorrise. E poi sospirò nuovamente.
"Piccola Fata, guarda le tue ali"
Il micio miagolava triste seduto sulla panchina. Faceva freddo e tremava, ma aspettava. Aspettava che la sua fata tornasse, e agitava il campanellino, perchè così, seguendo quel suono, l'avrebbe trovato più in fretta.
E la fata arrivò. Volando stavolta! Il micio era felice, e fece tante fusa alla sua fatina. Iris prese il micio fra le sue braccia e lo strinse forte.
"Grazie, ho dovuto aspettare di incontrare te, perchè le mia ali potesso finalmente farmi volare. Perchè se c'è una cosa che ti da forza, che ti fa volare veramente in alto, sopra le nuvole, è l' amore."
Il micio disse alla fatina "Rimani sempre con me".
Da allora rimasero sempre insieme.
Nelle notti di luna piena, non meravigliatevi se, guardando in alto, vedete una fatina e... sentite miagolare!
Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l'anno del cane. Quando l'ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi...
Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.
Il Perdono di Dio Paolo Frani
Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l'unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l'unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia...sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell'incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l'additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
" mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via."
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L'indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L'avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino...il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l'unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l'unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta...una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue...il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell'anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L'erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell'amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l'uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:"...ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni...tu ti sei mai accorta quando succede?..."
Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall'uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull'asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.
E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest'estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.
Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non "perdonano", non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l'ira e l'odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E' mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell'uomo, così come i crimini "innaturali" dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l'abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice "non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità "vecchia" che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta 'è "solo" un'animale'..... Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono "liberi" in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell'epoca, della cultura, dell'educazione e delle esperienze vissute precedentemente." - ecco, questa mutabilità dell'uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla "cultura" e all'epoca storica, sono la dimostrazione che l'istinto e la naturalezza - che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell'animale - c'entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in "cattività" (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida - se preferite comprenda - l'amore per la Natura.
E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog Era l'anno del cane
Stasera voglio riprendere un post di quest'estate di Nico24, che in qualche modo vedo come "erede" di Anneheche (eheheh non ti offendere, cara Ale, ognuno di noi ti augura una "vita Splinderiana" lunga e felice! eheheh ). Come sempre "userò" questo post per affrontare uno specifico tema...
Sara scende le scale in fretta e raggiunge la cassetta della posta: sta aspettando un pacco importante ed è impaziente di vedere se è arrivato, finalmente. E’ una bella ragazza, esile quanto basta per definirla delicata, con lunghi capelli biondi e due splendidi occhi neri. Indossa soltanto dei pantaloncini corti sportivi e una canotta, per combattere il caldo soffocante di quest’agosto afoso.
Armeggia per un secondo con le chiavi per aprire la cassetta delle lettere: il libro che stava aspettando, con sua somma delusione, non è ancora arrivato. Ci sono alcune buste però: con uno sbuffo le raccoglie e corre al piano di sopra, per prepararsi un caffè e aprire la posta.
Nel suo appartamento c’è fresco e l’odore del caffè che invade la casa è piuttosto piacevole: si accomoda su uno sgabello in cucina e incomincia a controllare quali nuove le sono giunte oggi. Bollette, la pubblicità di una palestra, l’estratto conto dalla banca e infine una lettera, bianca, senza francobollo e mittente: SARA è scritto sulla busta in stampato, ma lei non riesce a riconoscere la calligrafia.
Per quasi un minuto rimane perplessa, con la lettera a mezz’aria in una mano e la tazza di caffè nell’altra: teme di sapere da chi arriva e il cuore le batte più forte. Prende un respiro profondo, e la apre. Il foglio è scritto fittamente, la calligrafia è ordinata, ma chiaramente nervosa. In alcuni punti l’inchiostro è rovinato da grandi gocce, che subito le paiono il risultato di un pianto sconsolato.
“Per qualche giorno ci ho creduto. Forse per settimane. Credevo di poter aspettare, anche molti mesi. Forse lo ritenevo romantico, all’inizio.
La cosa che ora ha reso tutto questo intollerabile e che mi confonde, è il non capire se facciamo dei passi in avanti. Siamo fermi? O qualcosa è cambiato? Questo mi fa impazzire.
E poi non riesco ad impedire che il tuo fantasma si insinui nella mia testa, in ogni momento: quando sono a fare la spesa, quando guardo un film, o al lavoro. Quando ascolto la nostra musica preferita. Anche questo mi fa impazzire.
Non ho ovviamente gli elementi per capire quale sia la tua posizione: magari hai semplicemente paura, o non te ne frega un cazzo. Che cosa ne so io? Sei talmente contraddittoria.
E dato che la mia situazione sta prendendo una piega pericolosa ho deciso di lasciare andare: in fin dei conti non so nemmeno che nome dare a questa cosa, che certo non è una vera relazione.
Io ti amo, questo è sicuro, e come si può non amarti? Sei talmente speciale, e delicata, e bella, e... mi fermo, altrimenti non mi basterebbe tutto il tempo del mondo, per descrivere quale straordinaria creatura su sia.
E io ho un po’ di fretta: voglio liberarmi di questo fardello.
Lo sai che potrebbe non succedere nulla se facessimo un balzello in avanti? Potrebbe essere un grandioso ed incredibile fallimento (e fa paura, vero?), o la cosa più straordinaria mai sperimentata prima da due persone: le emozioni potrebbero essere intense quanto l'esplosione di una supernova e travolgerci burrascose come il mare in tempesta.
Ma per quanto io speri e tenti, tu sei ferma, e noi non ci muoviamo.
Io corteggio, lo sai. Sempre. Mi faccio anche malissimo. Alcune volte ho preso dei due di picche spaventosi. Altre volte qualche stronza si è approfittata della mia fragilità e si è soltanto divertita con me, per poi buttarmi via come uno straccio vecchio. Questo mi ha ferito, mi ha reso più diffidente, ma tu hai tolto tutti i pezzi della mia corazza, uno ad uno, con poche dolci parole, che ho udito per caso.
E così, mi rivedo: eccomi che pianto in asso tutto e tutti per correre da te, eccomi che ti aspetto anche se tu non arrivi mai, eccomi che ti chiedo il numero di telefono e che ti invito a cena in un bel ristorante; eccomi infine che ti dico parole che raramente sono uscite dalla mia bocca, mentre tu mi fissi silenziosa.
E poi rivedo te: sei raggiante mentre sfogli quell’introvabile copia di una prima edizione italiana de “Il signore degli anelli”, che ti ho regalato per il tuo compleanno; e sei triste quando capisci che mi stai dando troppa corda, senza essere sicura di quel che fai, perché sai che con quella corda finirò per impiccarmi. Questa è la mia vita negli ultimi mesi: correrti appresso come un cucciolo, senza mai poter veramente giocare con te.
Tu rimani lontana e inafferrabile: non mi farai mai entrare nel tuo mondo, vero?
Se almeno non fossi bella.
Ci ho pensato a lungo: tu non immagini quanto sia stato difficile per me. E sto già soffrendo all'idea di non poterti più parlare e sentire. Ma vorrei un gesto, un cenno, una speranza, che non siano soltanto un'illusione, frutto del desiderio di essere amato; e so che non li avrò. Almeno non abbastanza presto; e in ogni caso, a che prezzo? Non mangio, dormo poco, e aspetto che il telefono suoni. Ho persino incominciato a fumare di nuovo, dopo tutta la fatica fatta per smettere.
Perderò anche la tua amicizia in questo modo, lo so. E questo mi addolora talmente tanto che se ci penso mi impedisce di respirare.
Potrò forse osservare da lontano, e sapere, tramite qualcuno che ci è amico, se troverai finalmente la tranquillità e l'amore che meriti. E se sarai felice, perché alla fine è questo che mi importa.
Sai qual è il mio più grande rammarico? Sarei voluto essere la tua armatura di mithril (perdonami il paragone un po’ infantile): avrei usato il mio corpo e la mia anima per proteggerti da tutto il male del mondo. Avrei usato la mia magia per difenderti dal dolore e cancellare le tue sofferenze.
Qualcuno mi ha detto che elfi ed incantesimi sono buoni solo per i romanzi fantasy, ma io credo che la magia invece esista, anche in questo mondo, e che gli elfi camminino tra di noi, così come le Bianche Dame.
Addio, Sara.
Matteo”
Commento di Wolfghost: Il tema di cui mi da modo di parlare il racconto di Nico24, sono le lettere di addio. Quello che segue è il commento che avevo lasciato sul blog di Nico...
E' una lettera con molto equilibrio Sì, so che sembra strano, ma credo davvero che chi capisca che sta riponendo male il suo amore ed è in grado di lasciare perciò "andare", anche se con enorme sofferenza e sforzo, dimostri di essere una persona di grande equilibrio.
E' chiaro poi che la lettera esprime in realtà un... "addio condizionato": io ti lascio, sì, ma intanto ti dico cosa provo te, come ti vedo eccezionale, cosa farei per te... cosa ti stai per perdere insomma
Ecco, diciamo che la lettera è anche un estremo tentativo di conquista dal quale però non c'è ritorno. E' un aut-aut nei confronti di entrambi, perché chi scrive e spedisce una lettera simile, sa che poi non può, non deve, più tornare indietro, a meno di ottenere la "posta piena" Altrimenti perderebbe credibilità.
Quindi, concludendo, non c'è peccato in una lettera del genere, ammesso che il protagonista sappia bene quale ne sia il prezzo - l'allontanamento - e sia pronto a pagarlo, e sempre che abbia atteso il tempo giusto prima di fare un passo simile, poiché ognuno ha i suoi tempi e bisogna essere disposti ad accettare anche quelli dell'altro.
Ammesso che questi due punti siano rispettati... Matteo ha fatto bene a spedirla
Molto brava Nico24, per lettera e racconto
Tra l'altro, tempo fa, lessi che una donna apprezza di più l'uomo che sa dire "basta" - anche se la sua corte gli mancherà - piuttosto che quello che, anche un po' pietosamente, continua un inutile inseguimento.
E questo post sembra confermare la tesi
Stasera torno ad una pratica che ho lasciato in sospeso per un po': pubblicare post di altri blogger che trovo particolarmente interessanti
Il post in questione (che personalmente catalogherei sotto la voce "buone intenzioni d'inizio anno") appartiene ad un blogger di 20 anni, uno che però (e mi sono già scusato con lui per il "però", come se l'età fosse un fattore negativo ) le idee le ha già ben chiare, evidentemente
Voglio condividerlo con voi, sperando che apprezziate altrettanto
In realtà, conoscendo un po' chi passa di qua... ne sono pressoché sicuro
Il finale è la vera illuminazione: non si parli di "incapacità", piuttosto di... libera scelta (autolesionista? Ditemelo voi... ).
Brevi trailer. Il marketing t’insegna come vomitarli.
Messaggi chiari, diretti, senza gradi di subordinazione. Sei un prodotto; comportati come tale.
Devi illudere le persone, costringerle a consumarti.
Coraggio, provaci.
Io non gioco solo ai videogiochi. Guardo anche MOLTISSIMI film.
Gli anni fluiscono soavi.
Gli uomini si riparano dietro a mura d’indifferenza. Quando sono protetti trovano facile ignorare. Ignorano i denti che ingialliscono. Le pupille che perdono brio. Il calo di libido che non è noia ma vecchiaia. E dentro a quelle mura s’accorgono che la loro felicità è fiction.
Ma fanno finta di niente.
Enrico ha ben impressi questi concetti.
Non ha la cultura per scriverli. Non ha amici – ma nemmeno conoscenti – a cui esporli. Però ha vagonate d’ansia che trovano in lui una stazione d’arrivo.
Guarda la sua collezione di videogiochi e scaccia i brutti pensieri. Non c’è polvere su quelle copertine. Non c’è polvere sulle sue orme. Le orme del cammino di Enrico sulla Terra, tangibile grazie alla miriade d’acquisti compulsivi che sfoggia e chiama collezione.
Vorrebbe evolversi.
Australopiteco-Genere Homo-Vecchio Enrico. Nuovo Enrico, forse.
Io non gioco solo ai videogiochi. Posso anche evolvermi.
Come dicevo, gli anni fluiscono. Soavi, dimenticavo.
Enrico continua a rimandare la sua evoluzione. C’è sempre qualche gioco da finire, qualche film da guardare, qualche pianto da soffocare.
Ora, ad esempio, sta mangiando.
Pennette ai quattro formaggi, si diverte a scongelarle e ad osservare il sugo che prende forma.
E voi credete che non voglia realmente imporsi un cambiamento. Che non voglia alzarsi, lasciando il piatto a metà, ed infilarsi una tuta. Che non voglia uscire a fare jogging, sconfiggendo sociopatia ed obesità in un colpo solo.
Voi che credete questo, credete il giusto.
Enrico non vuole nulla di tutto ciò. L’evoluzione deve rimanere una possibilità. Un rosario da stringere quando, al guardar la collezione, non prova altro che sconforto. Uno strumento di speranza, ecco.
Io non gioco solo ai videogiochi. So anche stritolare rosari.
In realta' di mio c'e' poco, solo il pezzetto tra la chiusura del racconto e la citazione della leggenda indiana Il resto e' di anneheche, che sicuramente conoscete gia'... altrimenti non potete perdervi i suoi racconti: anneheche blog
Buona lettura
Il leone e i cacciatori
Il leone era inquieto. Aveva fiutato l'usta di due uomini e stava valutando se attaccarli o tornare al suo rifugio. I cacciatori gli si erano avvicinati sottovento, ma il leone aveva compiuto un lungo giro portandosi alle loro spalle; da quella posizione era in grado di sentire il loro odore. Un misto di tabacco, cuoio e sudore che lo disgustava, e gli ricordava esperienze molto spiacevoli. Da sempre associava il pericolo a quel particolare afrore; in tempi recenti aveva perso la sua compagna ad opera di quegli irriducibili nemici.
Era un grosso felino di quasi duecentotrenta chili, ormai anziano: aveva perso molta della sua forza e della sua agilità, acquisendo in compenso esperienza e sagacia. Abbandonò il luogo dove si trovava per seguire il percorso degli uomini, continuando a rimanere sottovento. Sapeva che non avrebbero smesso di dargli la caccia, almeno fino a quando la luce del giorno fosse stata loro alleata. Se li avesse tenuti a distanza sino al tramonto, sarebbe riuscito a sopravvivere; durante la notte avrebbe cambiato zona, lasciando anche il rifugio che adesso non considerava più tanto sicuro. Era certo, infatti, che prima o poi sarebbero risaliti sin lì, conosceva troppo bene la loro ostinazione, che era seconda soltanto alla crudeltà innata. Il leone era stanco. Quella mattina aveva dato inutilmente la caccia a un'antilope, bruciando energie preziose; inoltre si sentiva debole dato che non mangiava da molto tempo. La soluzione migliore era decisamente quella di evitare la lotta e di aspettare le tenebre. Mentre procedeva, l'odore si fece più intenso, più vicino. Era una giornata caldissima, il sole batteva implacabile, non spirava un filo di vento e i cacciatori stavano sudando in abbondanza...o il cacciatore?
Improvvisamente uno stormo di uccelli si levò in volo. Il leone si appiattì, allarmato.
Si erano separati, e adesso uno dei due poteva essere sottovento. Guardò in quella direzione e gli parve di scorgere un'ombra che si faceva strada in mezzo a un gruppo di rocce. Doveva prendere una decisione immediata, altrimenti sarebbe rimasto intrappolato fra due fuochi. Sapeva di essere molto più veloce di loro, tuttavia non ignorava che disponevano di terribili strumenti di morte, gli stessi che avevano ucciso la sua compagna.
Sul profilo dell'orizzonte alcune giraffe si muovevano aggraziate, un branco di kudu brucava l'erba. Un babbuino fece risuonare il suo verso stridulo. Era un suono che il leone non sopportava; forse fu quello a deciderlo. Corse verso una boscaglia che distava circa mezzo miglio dal punto in cui si trovava.
Risuonò uno sparo. Il dolore fu inaspettato e lancinante.
Il felino tuttavia non cadde, scartò di lato evitando la seconda pallottola. Poi cercò di raggiungere comunque il riparo degli alberi. Il secondo cacciatore emerse da una sterpaglia, sbarrandogli la strada. Nel frattempo, l'altro uomo lo inseguiva da dietro. Non ci voleva molto a capire che quella era la sua fine, la fine di un vita lunga e avventurosa, a volte felice, in altri momenti rattristata dalla pervicacia con cui gli uomini avevano dato la caccia a lui e ai suoi simili. Era l'ultimo sopravvissuto di un branco che un tempo contava dodici leoni.
Questo perchè era il più forte, e il più astuto.
Fu raggiunto da un altro proiettile. Ruggì di dolore e di rabbia. Se era impossibile mettersi in salvo, poteva però vendicarsi; il ricordo della compagna agonizzante era ancora impresso nella sua memoria. Puntò sull'uomo davanti a lui, gli fu sopra con un grande balzo e gli sfondò il cranio con i canini. Abbandonò il cadavere per voltarsi a fronteggiare il secondo nemico. Comprese che ora aveva paura. Si lanciò nella sua direzione. L'uomo lasciò cadere a terra il fucile, raggiunse un albero e incominciò a salire agilmente, convinto di mettersi al sicuro. Evidentemente non era un professionista. Il leone si arrampicò a sua volta sull'albero.
C'era ancora tempo prima di morire.
... quella notte il leone si risvegliò. Attorno a lui prati in fiore, alberi maestosi, un ruscello di acqua fresca che scorreva lì vicino. Si accorse, con sorpresa, di non sentire più dolore, le ferite erano incredibilmente scomparse. Si sentiva in forze come non gli accadeva da anni, come fosse ringiovanito.
Aveva ancora un'espressione stupita in quegli occhioni felini, quando alcuni ruggiti alle sue spalle richiamarono la sua attenzione. Si voltò... la sua leonessa e i suoi due piccoli cuccioli, morti di stenti a pochi mesi di vita in un'estate di carestia, stavano correndogli incontro...
Si rese conto allora di essere sul quel Ponte dell'Arcobaleno di cui tanto aveva sentito parlare...
"Dall'altra parte dell'arcobaleno esiste un posto chiamato Ponte dell'Arcobaleno.
Quando un animale che è stato particolarmente vicino a qualcuno muore, egli va al Ponte dell’Arcobaleno.
Lì ci sono prati e colline per tutti i nostri amici speciali, cosicché essi possono correre e giocare insieme.
C’è tanto cibo, acqua ed il sole splende e i nostri amici stanno bene e al caldo.
Tutti gli animali che erano malati o vecchi riprendono salute e vigore, così come quelli a cui è stato fatto del male o che si sono feriti si sono rimessi in sesto, proprio come noi ce li ricordiamo nei nostri sogni di tempi e giorni ormai passati.
Gli animali sono felici e contenti, eccetto che per una piccola cosa: tutti provano nostalgia verso qualcuno davvero speciale che hanno dovuto lasciarsi alle spalle.
Tutti corrono e giocano insieme ma viene il giorno in cui uno si ferma improvvisamente e guarda all’orizzonte. I suoi occhi scintillanti sono attenti, il suo agile corpo freme. All’improvviso comincia a correre fuori dal gruppo, volando sopra l’erba verde; le sue gambe lo spingono sempre più veloce.
Sei stato avvistato e quando tu ed il tuo amico speciale finalmente vi incontrate, tutto è gioia e non vi separerete mai più.
La pioggia di baci felici sul tuo viso, le tue mani che accarezzano nuovamente l’amata testolina, tu che puoi guardare ancora negli occhi sinceri del tuo animale che da tanto se ne era uscito dalla tua vita ma che mai era stato assente dal tuo cuore.
Ora attraversate insieme il Ponte dell’Arcobaleno ..."
(Leggenda del Ponte dell'Arcobaleno, Autore Ignoto; si dice sia stata tramandata per secoli tra gli Indiani d'America)
“Un’altra settimana è andata!” pensò M. rientrando in casa dalla spesa del sabato mattina, la mente ancora alla settimana lavorativa appena conclusa. Era una donna molto stimata in paese, la chiamavano tutti “dottoressa”, d’altronde era davvero l’unica laureata di quel piccolo paese.
Rimasta presto orfana, era riuscita con forza e determinazione a costruirsi una vita di tutto rispetto. Entrata in una grande azienda della vicina città, aveva fatto tutta la gavetta e, dopo molto lavoro e sacrificio, era adesso nel consiglio di amministrazione in un ruolo mai ricoperto prima da una donna. “Che bello se i miei potessero vedermi adesso…”, pensò con un sorriso appena abbozzato e un pizzico di rammarico.
Cucinò qualcosa in fretta, mangiò davanti alla televisione che guardava sempre un po’ distrattamente, con la testa già rivolta agli impegni del lunedì successivo. Presto però tornò a percepire quella sensazione che da un po’ disturbava i suoi pensieri, altrimenti sempre lineari e precisi, diretti all’obiettivo di carriera. Aveva cercato di capire da cosa dipendesse quel malessere, come una… sensazione di vuoto, come se una parte di lei si ribellasse ad una vita fatta solo di lavoro, anche se di successo. Un sentimento di incompiutezza che si faceva sempre più forte, giorno dopo giorno.
Si guardò allo specchio. Sapeva di essere una bella donna, notava facilmente le occhiate di ammirazione di colleghi e paesani maschi e quelle di invidia della parte femminile. Le facevano piacere, certo, ma non sapeva bene cosa farsene, anzi accrescevano in lei la sua frustrazione per una parte che non era giunta a termine, come un cioccolato prelibato destinato ad una vita di vetrina.
Bussarono alla porta, tre volte. “Sabato pomeriggio… che strano”… Guardò dallo spioncino, un uomo dall’aria giovanile ma i capelli già quasi bianchi e una vistosa giacca rossa.
“Buongiorno… mi scusi se la disturbo…”. Le sembrava un viso già visto…
“Ero al supermercato, ricorda? Mi ha urtato con il carrello…” disse sorridendo…
“Ah… sì, mi ricordo adesso!”. Affascinante quel sorriso, si scopri a pensare.
“Non sarà venuto a chiedermi i danni, vero?” disse con una breve risata della quale si stupì per prima.
“No… è che… bé, so che mi troverà strano, ma io sono una di quelle persone che crede che nulla accade per caso; non dovevo essere qua oggi, eppure una serie di circostanze mi ha spinto in quel supermercato, non dovevo nemmeno comprare nulla… Poi ho visto lei… e certi incontri non si ripetono…”. Mentre parlava non staccava gli occhi dai suoi. Lei era imbarazzata, ma si sentiva come rapita, come se il suo cervello avesse improvvisamente smesso di essere razionale come sempre.
Lo fece entrare, non senza chiedersi tra sé e sé “ma che stai facendo? Non sai nemmeno chi è!”. Fu come se si fosse stancata di essere sempre così misurata e accorta.
Passarono un’ora buona a dialogare sempre più cordialmente, con lei che non credeva quasi a cosa stesse succedendo.
“E’ una bellissima giornata primaverile fuori, non ti andrebbe di fare due passi? Avete tanto verde qua attorno! Per me che sono un cittadino è un vero spettacolo! Sarebbe così un peccato perdermelo…”.
Accettò e lo portò in quel sentiero lungo il fiume che amava particolarmente, tra i suoni meravigliosi dell’acqua che scorre impetuosa e del bosco che lo costeggia. Lo aveva fatto centinaia di volte, era il suo rifugio segreto, il percorso un po’ mistico che la aiutava a ritemprarsi in fretta quando era sotto pressione.
Arrivarono al campo di fiordalisi dove di solito si fermava a riposare. Ormai parlavano come se si conoscessero da anni. Improvvisamente lui si fermò e smise di parlare. Lo guardò un po’ impaurita, chiedendosi se avesse detto qualcosa di sbagliato. Lui le prese il viso tra le mani e la baciò, prima delicatamente, poi con crescente passione, le labbra, le guance, gli occhi, i capelli…
La sera li sorprese ancora abbracciati, stesi sull’erba. Lui la teneva per i fianchi, quasi temesse di vederla volare via… Lei sorrise come se qualcosa di divertente le fosse venuto in mente…
“Cosa c’è?” chiese lui sorridendo di rimando.
“Oh… niente, niente… un giorno ti racconterò…”
Stava pensando ai pensieri bui della mattina, a quel senso di vuoto che la accompagnava da anni e che adesso non c’era più, scomparso in poche ore nel nulla. “Se morissi oggi” – pensò – “morirei contenta. Mi rendo conto che è questo il giorno che ho aspettato tutta la vita… Non scorderò mai questi fiori, queste stelle, questo vento… questi fremiti…”.
Si incamminarono per rientrare, lasciandosi presto: c’era una scorciatoia che avrebbe portato lui dritto al piazzale del supermercato dove aveva lasciato l’auto.
“Sei sicura che non vuoi che ti dia un passaggio fino a casa?”
“Ti ringrazio ma… voglio godere ancora un attimo di questa bellissima serata… voglio che divenga indelebile nella mia mente. Allora domani vieni per le undici, finalmente potrò cucinare per qualcun altro oltre che per me stessa!” disse sorridendo.
“Certo… ricorda: busserò alla tua porta tre volte! Non vorrei che domani non mi riconoscessi!” rispose lui ridendo.
Si rincammino lungo il fiume. Era così felice che non guardava nemmeno il sentiero. Era come se tutta la sua vita fosse stata concentrata in quel giorno.
Era così felice che non si accorse che il lato del sentiero a valle del fiume era franato…
Nelle notti stellate di Primavera, c'è chi ancora oggi - a decine di anni dall'accaduto - sostiene di udire distintamente bussare a quella porta...
Questo racconto di Attimi di Stella mi era parso subito la logica continuazione della splendida recensione di Rigirandola che avevo letto immediatamente prima. Sono due scritti diversi, naturalmente, ma c'è un filo che li unisce...
"Un bacio senza fine, che ti dia il senso della voglia di Te... Mai cessata. Ti bacio... ti voglio..."
Come sempre, nella loro storia, lui aveva la capacità di sentire quando lei si allontanava... e puntualmente arrivava per riportarla indietro.
Questa volta con un messaggio al cellulare; anzi, una lunga sequenza di messaggi che sarebbe durata per ore.
Altre modalità di comunicazione le aveva scartate: si sarebbe esposto troppo. Non avrebbe sopportato l'umiliazione di uno sguardo indifferente, di una voce distaccata. Prima c'erano umori da percepire, distanze da colmare.
"Ti adoro amore mio"
"Ho voglia di Te tesoro... Mai persa... Mai"
I messaggi si susseguivano a ritmo incalzante, ogni cinque, dieci minuti, senza attendere risposta.
Mentiva, ma non lo sapeva. Aveva questa capacità di convincersi di ciò che diceva e la verità perdeva i contorni, si trasformava: non era più ciò che era, ma ciò che lui voleva.
Un giorno aveva preso altre strade e aveva smesso di farla sentire amata. L'aveva estromessa dalla sua vita pur continuando ad amarla a suo modo. E anche lei aveva continuato ad amarlo, ma sempre meno. Una pianta senza acqua e senza luce pian piano muore.
C'era sempre stato uno strano canale tra loro. Lei sentiva, chiari, i suoi pensieri. Sapeva che lui ora la percepiva lontana e aveva bisogno di sapere che non l'aveva persa. Non c'era parola che non avrebbe detto per legarla ancora a sè. Era una necessità che, come sempre, non gli faceva distinguere il reale e l'eccesso, il vero e il desiderio.
Si vuole sempre con maggior forza ciò che ci sfugge.
Rispose... "Sei e sarai un dolce ricordo, sempre"
La verità può far male quanto la menzogna. Ed era certo per uno strano scherzo di un dio distratto e malevolo che si ritrovavano in quella storia lui a mentire senza saperlo, lei a ferire senza volerlo.
Non c'era desiderio di vendetta in lei. Il rancore è una forma d'amore in fondo. E lei non ne aveva più.
"Non è un ricordo ma una Necessità... viva... non c'è desiderio più grande, devo sommergerti di baci... ora... sempre"
"Ricorda che sei Unica e speciale... da sempre. E che ti adoro Splendida Donna Meravigliosa"
Rispose... "Un bacio"
Nel loro codice quella chiusura aveva un senso preciso: lei sapeva... e ora anche lui sapeva, che quello... era un bacio che mai più sarebbe stato dato.
Commento di Wolfghost al post originale: Eh si! La categoria "racconti verosimili" e' perfetta per questo racconto. L'amore terreno e' fatto da una serie di componenti, alcuni dei quali hanno poco a che fare con... l'amore del cuore, per cosi' dire. C'e' l'attrazione sessuale, che ci puo' far credere per un breve periodo di essere "presi" di qualcuno, c'e' la dipendenza affettiva, che ci fa credere di non poter fare piu' a meno di quella persona anche quando di amore vero ce n'e' o ce n'e' rimasto ben poco, c'e' la possessivita', la gelosia... Cosi' spesso succede che ci accorgiamo di quanto amiamo una persona solo quando la stiamo perdendo. Ma sara' davvero cosi'? Sara' come dice Jeanette Winterson, ovvero che "la misura dell'Amore è la perdita"?
Io non credo... credo che quella misura della quale parla Jeanette Winterson non sia amore, ma sia la misura della nostra debolezza, sia qualcosa che ci dice di quanto incapaci siamo a reggerci sulle nostre gambe allorche' qualcosa che non era amore (non da parte di entrambi perlomeno) ci viene a mancare.
Tu hai perfettamente centrato il punto quando hai scritto "Una pianta senza acqua e senza luce pian piano muore": e' il tuo corrispettivo del mio "un amore sano non sta li' a farsi prendere a calci in faccia". Se lo fa... allora non e' un amore sano.
Sono in ritardo : oggi mi sono accorto di avere ben quattro post "in coda" (in realtà, "in mente"). Per ben tre di essi mi avvarrò di splendi scritti di altri blogger, un altro invece deriva da un aforisma di un poeta che tutti abbiamo studiato a scuola. Considerando che la prossima settimana sarò a Stoccolma per motivi di lavoro, ci metterò un po' di tempo, anche perché ognuno di questi scritti vale davvero e merita di restare visibile almeno qualche giorno,
Ma vediamo il primo...
“Poi non è che la vita vada come tu te la immagini.
Fa la sua strada, e tu la tua.
Ma non sono la stessa strada”
( "Oceano mare" )
Anni che non vedevo il mare, forse secoli... Ma sono qui adesso, ormai vecchio, a guardarlo, respirarlo, sentirlo davvero. Siamo soli - io e la voce inestinguibile del mare- mai placata in me, mai perduta. Mi chiama. Le onde sventrano gli scogli e le gocce mi si frantumano sul viso, minuscoli specchi di cielo, di pianto liberato. Ho voglia di pensarmi così, nella mia immensa solitudine...
Da ragazzo venivo spesso alla spiaggia per dare del cibo ai gabbiani, e anche oggi ho portato del pane. Mi siedo sul bordo di un vecchio peschereccio abbandonato e sono invisibile, assente. Il maestrale soffia forte, il sale brucia gli occhi, il freddo è un ferro arroventato, che dissolve il dolore prima ancora che sia.
Avverto un fruscio alle spalle: un gabbiano mi si avvicina esitante; sorrido e gli offro le mie ultime briciole. Ci scambiamo uno sguardo, almeno così pare a me e ai miei occhi stanchi. Una lacrima gli scivola lenta sul bianco piumaggio. Che tenerezza, che follia...
Ecco, ora, è arrivato il momento. Quella è la lacrima che mai mi è sgorgata dal cuore; è il pianto che mi ha negato la vita; è il dono mancato dell’ essere fragile - e libero - dentro.
Lo so, è soltanto la mia fantasia. Ma che uomo sono mai stato? Prigioniero di un’esistenza che non ha avuto il tempo - il coraggio - di fare concessioni all’amore, alla vita, al destino...
L’avevo scordato il mare, come un accordo stonato. L‘avevo scordato il mio nome. Lo perdo ogni giorno e ogni giorno lo cerco. E’ sempre un inizio, inizio e mai fine. E’ che il mare è un moto incostante dell’anima - alta e bassa marea - ce l’hai dentro e non fuori di te, come la vita.
La vita...
Che se adesso dovessi raccontarne una - la mia ? - non saprei nemmeno cosa inventare. Ho alle spalle nove mesi di paradiso, novant’anni all’inferno e di fronte nove giorni nel limbo. Ma non sento niente, non ho niente da dire. So che devo morire, non è una grande scoperta: lo sanno tutti ancor prima di nascere. E non mi scorre davanti il film del mio viaggio, non un solo fotogramma. Di memoria ne ho poca, pochi ricordi da ricordare .
Ma se potessi scegliere... mare rinascerei, mare per vivermi fino in fondo l’abisso, per perdermi e naufragare. Mai più aggrappato a scalcinate e sicure pareti. Mai più schiavo di una vita apparente. Avrei sale negli occhi e brividi audaci sulla pelle bagnata. Soffrirei, sentirei, sentirei... tutto quello che mi sono affannato a evitare, da sempre, ancor prima di essere .
Tra partenza e traguardo è una linea finita e imperfetta, il nostro limitato orizzonte? Non guardarmi così! Vola via, via!
Ed allora comincio a sognare, a ricostruire il passato che ancora non ho. Che non ho. Mi regalo una storia.
Sono nato una sera d’agosto, e le ombre d’autunno già spingevano, inquiete. Mia madre piangeva, mio padre taceva; il vento soffiava.
Sono cresciuto respirando l’inverno sul mare, le sue assenze, i ritorni, il presente. Mi facevano male.
Ho amato una donna, una sola, ché l’amore non passa due volte, e impazzivo nel suo ventre puro come un’onda d’azzurro assoluto.
Non ho ho avuto un lavoro, una casa. La mia anima abita il vento. E al vento ho affidato il mio cuore, affinché lo portasse lontano, lontano...
Ho viaggiato sulle strade più impervie, ho venduto il mio ruolo nel mondo per un pezzo di cielo. E non sono pentito.
La mia vita è impronta su sabbia: la consegno alle onde del mare. Perché vivere è un istante perfetto, crudele. E’ qualcosa che va cancellato, perchè mai si ripeta, perchè mai muoia dentro, su una spiaggia sbagliata. Ma che resti in eterno, solamente nel cuore.
E’ poesia sulle ali del sogno e nessuno può portarcela via.
Ora resto a guardare la lacrima, che leggera ti imperla le piume e mi sembra un gioiello prezioso - un regalo impagabile - anche questa tristezza. So che la vita che mi sono inventato è qualcosa di grande, l’ essenza più vera di me. Più distante da me...
E’ sangue, è carne, è anima e spazio: un volo impossibile.
E’ il pianto che mi è stato negato, il dono che non ho saputo apprezzare, la libertà di essere fragile dentro - e infinito - come la voce armoniosa e violenta del mare.
Daniela Cattani Rusich
Commento di Wolfghost: questo splendido scritto di Daniela (Poetika) mi ha richiamato alla mente un mio post di qualche tempo fa (La paga della vita) incentrato sull'aforisma di Eric Butterworth che potete leggere nell'immagine di chiusura. Anche se nel testo di Daniela ci sono spunti per diversi altri argomenti.
Pensiamo spesso che alla fine della vita si tirino un po' le somme di come si è vissuto: è stata una vita ben spesa? Abbiamo lasciato qualcosa di importante? O, al contrario, l'abbiamo sprecata?
Per quello che è la mia esperienza (indiretta, per fortuna! )... non è quasi mai così: di solito alla "fine" la gente pensa a molte cose, ma non al passato: non tira affatto le somme.
Eppure siamo portati a crederlo... forse perché in realtà a tirare le somme siamo noi, adesso, in corso d'opera. Ma siccome ammetterlo potrebbe voler dire buttare tutto a mare e ricominciare da zero, preferiamo fare gli gnorri, pensando che va bene così, che ci sarà sempre tempo.
Tranne poi accorgerci che abbiamo imparato sì, che "la vita che ci siamo inventati è qualcosa di grande", ma che "questo dono non l'abbiamo saputo apprezzare".
Siamo portati a credere che un giorno ci guarderemo indietro e ci accorgeremo di tutto ciò che sbadatamente abbiamo lasciato perdere lungo il cammino.
Meglio sarebbe che quel giorno fosse oggi, affinché almeno ciò che c'è ancora nel nostro domani possa essere colto.
Questa che vado a pubblicare è una storia che mi giunse ormai diversi anni fa via posta elettronica. Non ho mai saputo chi fosse l'autore, ho anche provato a risalire a lui, ma senza successo.
Il - brevissimo - commento, a dopo...
C'era una volta un delfino di nome Ninin.
Amava vivere nel branco, farsi strada fra le code dei suoi amici e giocherellare con l'acqua, con repentini ed improvvisi scatti per dimostrare tutta la sua felicità nel vivere l'immensità dell'oceano, lanciandosi in sorprendenti tuffi e piroette nell'azzurro del cielo che si bagnava dentro all'immenso celeste del mare.
Quei suoi modi tanto giovali e gioiosi erano dettati dal suo cuore per provare ad innamorare Deda, una delfina che amava perdutamente, ma alla quale non era mia riuscito a dichiarare la sua passione, perché troppo timido e timoroso che a guardarla fissa negli occhi, non sarebbe riuscito più a parlare.
Continuò il suo corteggiamento silenzioso per anni, immaginandosi che Deda fosse sempre più attratta dal suo festoso modo di dimostrarsi, e che prima o poi sarebbe stata lei stessa ad avvicinarlo per chiedergli di amarla per tutta la vita, fin quando una notte non si accorse che la sua amata silenziosa era diventata la compagna di giochi un altro delfino.
La sua delusione fu così forte che, senza parlarne con nessuno, decise di lasciare il branco ed andare a morire da solo in riva alla spiaggia.
La solitudine, dentro alla quale si stava consumando, iniziò a fargli perdere le forze, fin quando un giorno, allo stremo dei suoi stenti, stava per arrendersi al movimento del mare e finire quella desolata vita sulla riva asciutta della spiaggia esanime. Senti da lontano il richiamo di un delfino e voltandosi si accorse che era Deda. Lei si avvicinò, chiedendogli perché fosse andato via dal branco e lui, con una voce fioca e appesantita dalla stanchezza, confessò il motivo, riuscendo a dichiarargli anche l'amore che aveva sempre nutrito per lei.
Deda rimase per lungo tempo in silenzio, perché non riusciva a spiegarsi il motivo di quella sua paura, per poi avvicinarsi alla sua bocca e chiedergli il motivo di tanto silenzio.
"per paura che non mi avessi accettato. L'idea di non essere amato da te mi avrebbe fatto morire ed ho preferito farlo lo stesso, ma col dubbio che forse tu mi avresti amato se fossi stato più audace" Deda gli si avvicinò col corpo per provare ad aiutarlo a ritornare in alto mare, ma Ninin non aveva più forze e sentiva in se solo la voglia di abbandonarsi e morire.
"lasciami stare. Torna nel branco, non voglio che muori con me. La mia scelta non deve essere una punizione per te. Io voglio che continui a vivere. Portami nel tuo cuore un po' del mio amore per te" disse Ninin, provando ad allontanarla.
"io non posso lasciarti da solo, non è giusto" rispose Deda
"non è giusto? La colpa è mia che non ti ho saputo amare in vita. Se mi ami ti prego di andare via da me e comprendere il mio gesto. Se mi ami rispettami e torna nel branco. Vai via da me" gli urlò contro, spingendola con forza lontano da lui.
Deda, sentendosi rifiutata si voltò senza aggiungere altro ed andò via, lasciandolo solo a combattere con la forza delle onde che lo spingevano sempre più verso la sabbia.
Ninin, con il cuore fermo dal dolore atroce per averla scacciata via da se in modo cosi cattivo, pianse disperatamente, pregando Dio che lo facesse morire presto.
Passò ancora tutta la notte da solo, con gli occhi che non riuscivano più ad aprirsi dal pianto e la stanchezza. Alla mattina successiva sentì avvicinarsi qualcuno. Si voltò e vide in lontananza Deda.
"perché sei tornata?" gli urlò contro.
Lei, senza rispondere, si fermò a poca distanza da lui, si girò per l'ultima volta in direzione dell'alto mare, dove c'erano i suoi compagni, e si sdraiò accanto a lui e gli disse: "non hai avuto il coraggio di amarmi in vita ma adesso lo faremo insieme e per sempre!" e chiusero gli occhi entrambi, fino a quando il buio perenne non calò la tela sui loro occhi e sulle loro bocche socchiuse, su cui era disegnato un ampio sorriso di felicità."
La storia è triste, non si riesce a credere a quel "sorriso di felicità"... non è vero? Ma colpisce, proprio per quell'assurdo, estremo dramma, che poteva - e doveva - essere evitato.
Non sempre scopriamo a posteriori che "se solo avessimo osato...", il più delle volte ci voltiamo, e la risposta che avremmo ottenuto viene sepolta per sempre in un passato che non abbiamo voluto scoprire.
Non sempre, quando tentiamo, otteniamo ciò che desideriamo. Spesso anzi prendiamo pali e testate. Ma almeno non avremo il rimpianto di non aver tentato, non dovremo vivere con quel "Se solo avessi...".
Perché, come uno dei miei motti preferiti recita, "chi non tenta, ha già perso".
-Mi chiedi se ho amato: sì. E' una storia singolare e dolorosa, e, pur essendo ormai vecchio, oso a malapena smuovere le ceneri del ricordo.-
Il suo viso era asciugato dagli anni e segnato dal sole, lo sguardo lontano; versai altro tè per non distoglierlo dai suoi pensieri.
Prese la tazza e la portò alle labbra, piegando lievemente la testa: assaporava ricordi che le sue rughe sembravano descrivere, come pagine da leggere.
-Raccontami di quest’amore, se puoi.-
Annuì con un cenno del capo e io mi acciambellai fra i cuscini che coprivano i tappeti.
-Te lo racconterò, fratello, affinché la sua storia sopravviva al tempo ora che il mio sta per concludersi.-
In silenzio attesi, mentre quell’uomo, di cui non conoscevo nemmeno il nome, raccoglieva le parole.
-Lei era bellissima. Luna Lucente era il suo nome: Aijiaruc.
Aveva capelli neri, lunghi e luminosi come fili di seta, gli occhi ambrati, profondi e un corpo possente e pieno come di donna guerriero.
E questo era: un guerriero.
Era la figlia del re Caidu.
Il padre la voleva sposa, ma lei, incapace di amare e affascinata dal sangue delle battaglie e dal furore della lotta, non volle piegarsi al suo rango di figlia di re.
Strinse un patto con lui: sarebbe stata solo di colui che l’avrebbe battuta nella lotta.
Solo un uomo capace di schiacciare la sua schiena sulla terra l’avrebbe avuta; in caso contrario sarebbe rimasta libera e avrebbe preteso in dono cento cavalli.
La sua bellezza era nota e in tanti provarono a vincerla, senza riuscirvi.
Possedeva più di diecimila cavalli quando arrivai io.-
Affascinato dalla storia e percependo dolore nella sua voce bassa, non feci domande
e attesi il seguito del racconto.
Notai che nulla tradiva il suo tormento se non i silenzi e il viso segnato che sembrava muoversi in accordo con le parole.
-Anch’io ero figlio di re- riprese - di bell’aspetto e allenato all’arte della guerra e della lotta.
Nessuno nelle mie terre avrebbe potuto battermi tanto agili e sapienti erano i miei movimenti.
Andai dal re suo padre portando mille cavalli, sicuro di me e certo del risultato: sarebbe stato un gioco battere una donna guerriero.
Ma tutto cambiò quando, al cospetto del re Caidu, la vidi.
In abiti succinti da battaglia, notai solo le sue gambe di donna e i suoi occhi.
Mentre parlavo, sentivo il suo sguardo e lo cercavo.
Anche il re si accorse di noi, e in seguito seppi che in segreto aveva pregato la figlia di lasciarsi superare, di perdere per divenire mia sposa.
Lei non aveva accettato: orgogliosa, si sarebbe battuta.
Non avrebbe mai potuto amare un uomo a cui aveva permesso di vincere.
Mancavano solo due giorni a quello decisivo e cercai d’incontrarla.
La prima volta fu di notte.
La luna illuminava l’erba arsa che circondava il palazzo e Aijiaruc, alta, possente e aggraziata, che si dedicava al kata.
Sembrava danzare sotto i suoi raggi, lei, Luna lucente, che scalza ruotava concentrata, lieve in movimenti potenti, tornando leggera al punto di partenza, perfetta e bellissima.
Fu la prima volta che sentii il suono della sua voce, negli urli perfetti che come ellissi accompagnavano le posizioni e morivano lentamente nel silenzio.
Quando mi vide s’inchinò da guerriera, ma avvicinandomi sentii il suo respiro di donna.
Lo sguardo preoccupato, non disse nulla e si allontanò.
Cercai ancora d’incontrarla, la sera prima del nostro combattimento.
Tornai dove l’avevo vista la prima volta e il trovarla fu una conferma: mi aspettava.
Questa volta non si allontanò subito e rimanemmo in silenzio.
Il mio sguardo era sicuro: l’avrei avuta; il suo sofferente e impaurito.
Senza sfiorarci, sapevo che mi amava come io amavo lei.
Cercai di rassicurarla, sicuro della mia arte, guardandola come uomo che già possiede la sua donna.
Lei tremava, sorpresa dalla fragilità scoperta ma consapevole della sua forza.
Si allontanò, il capo chino per qualche passo e poi di nuovo dritto, lo sguardo in avanti, fiera nel suo Destino.-
-Non poteva rinunciare alla sfida?- trovai il coraggio di chiedere.
-Un’altra donna sì, ma non Aijiaruc.
Era figlia di re, era libera, era guerriera.
Quale donna oserebbe vestirsi da uomo e combattere in battaglia? Conosci bene le nostre tradizioni, fratello, e nessuna donna arriverebbe nemmeno a desiderare un Destino simile.
Niente l’avrebbe addomesticata: la volontà del padre e i costumi del tempo non avevano valore per lei. E nemmeno l’amore, una volta sancito un patto: Luna Lucente era un guerriero, nel cuore e nella mente.
Non avrebbe potuto, anche volendo, cambiare il suo Destino: poteva solo farlo scorrere fino al suo compimento.-
-Cosa accadde il giorno del combattimento?- chiesi.
-La vidi arrivare, alta, bellissima, le gambe muscolose ma affusolate, le braccia lungo i fianchi, i capelli legati a lasciare scoperto il viso.
Gli occhi erano fissi, senza vita e determinati.
Tutti attendevano, in silenzio, senza parteggiare: quella sfida era diversa dalle precedenti.
Iniziammo.
Nel suo inchino percepii la sua ricerca di quella concentrazione che solo l’unità fra mente e cuore può dare.
Prima di attaccarmi, respirò profondamente e fece un insolito passo indietro, come un leone che si piega, tre zampe avanti ed una dietro, a raccogliere le energie prima di afferrare la preda.
E proprio come una leonessa combatté.
Ci allontanavamo e ci avvicinavamo, girando in un cerchio immaginario; io cercavo i suoi occhi, lei sfuggiva i miei.
Era agile e la sua concentrazione riusciva a sfiancare la mia forza, superiore alla sua.
Combattemmo a lungo: nessuno dei due sembrava avere la meglio su l’altro.
Smise di evitare i miei occhi e il suo sguardo si trasformò in supplica: m’implorava di vincerla.
Lottò ancora più ferocemente, il dolore nella voce, negli urli che perfetti accompagnavano le rapide mosse; quando mi spinse con le spalle a terra, mi accompagnarono le sue lacrime: aveva vinto.
In pochi minuti avevo perso l’unica donna che avrei amato e la mia dignità di figlio di re: non sarei potuto tornare al mio palazzo. Battuto per la prima volta e da una donna, avevo disonorato la mia famiglia.
Avevo perso tutto.
Nello sconcerto generale e contro ogni convenzione, mi tese la mano per aiutarmi.
Non lo fece per umiliarmi, come in molti pensarono, ma per darci l’occasione di sfiorarci, almeno una volta.
Poi c’inchinammo, uno di fronte all’altra, nel saluto finale. Piangeva.
Ci guardammo per l’ultima volta, si girò e s’allontanò, sciogliendosi i capelli.-
-E cosa accadde, poi?- chiesi, commosso.
-Seppi solo che non volle più altre sfide e che accompagnò suo padre nelle guerre che seguirono.
Lottava come un falco e così morì: combattendo.
Quanto a me, seguii il mio Destino divenendo ciò che vedi: un vecchio Maestro senza fissa dimora.-
Si portò la tazza alle labbra per l’ultimo sorso di tè; poi la posò sul vassoio.
Io osservavo in silenzio, ancora pensieroso per la triste storia che avevo ascoltato.
Si alzò e mi appoggiò la mano sulla spalla, stringendola.
-E’ tempo di andare, fratello.
Vai, e racconta di Luna lucente. Fai che viva, che il nostro amore viva, anche dopo di me.-
E si allontanò, con passo sicuro e dignitoso, diretto chissà dove.
Affido il commento allo scambio che ho avuto con Betta - sicuro che lei non ne abbia a male (la sua delucidazione era un pvt) - proprio per dimostrare come un racconto, a seconda dell'angolazione con cui lo si guarda, può assumere significati diversi e molto distanti. Non c'è un punto di vista "giusto" e uno "sbagliato", ma solo la personale sensazione che il racconto evoca a seconda della propria esperienza e del proprio "sentire".
Wolf: "molto bello questo racconto. Una storia che forse oggi rivive in chi si batte nella carriera a discapito della vita sentimentale, e, in ogni tempo, a chi non fa dell'amore il suo primo ideale e non è capace di trovare un compromesso. Ma l'impressione, in questa storia, è prima di tutto di cieco orgoglio, che può rovinare una vita... anzi due."
Betta: "E' un racconto molto "orientale", ambientato nel 1280 (Aijiaruc è davvero esistita)e non è un caso che io parli di Destino, non volendo dire karma.
Non è orgoglio, ma rispetto delle proprie nature, assoluta reciprocità, che nel loro caso mancava, e accettazione non rassegnata degli eventi. E' impregnato di un punto di vista che è un po' lontano dal nostro, occidentale.
Ha un senso se inserito nel contesto storico e religioso di allora e in oriente (Cadau era un re tartaro).
Quanto alle tue considerazioni mi trovi d'accordo.
Bello vedere come quando si scrive le cose assumino tanti significati a seconda di chi legge..."
... e io sono assolutamente d'accordo
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