Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra' fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l'equilibrio tra cio' che si e' e cio' che bisogna apparire...
Chi Sono
Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un "ricercatore dell'anima", incuriosito tanto dall'esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi.
In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni.
Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada...
Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l'anno del cane. Quando l'ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi...
Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.
Il Perdono di Dio Paolo Frani
Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l'unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l'unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia...sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell'incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l'additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
" mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via."
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L'indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L'avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino...il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l'unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l'unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta...una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue...il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell'anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L'erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell'amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l'uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:"...ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni...tu ti sei mai accorta quando succede?..."
Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall'uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull'asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.
E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest'estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.
Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non "perdonano", non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l'ira e l'odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E' mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell'uomo, così come i crimini "innaturali" dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l'abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice "non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità "vecchia" che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta 'è "solo" un'animale'..... Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono "liberi" in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell'epoca, della cultura, dell'educazione e delle esperienze vissute precedentemente." - ecco, questa mutabilità dell'uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla "cultura" e all'epoca storica, sono la dimostrazione che l'istinto e la naturalezza - che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell'animale - c'entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in "cattività" (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida - se preferite comprenda - l'amore per la Natura.
E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog Era l'anno del cane
Una leggenda australiana racconta la storia di uno stregone che passeggiava con le sue tre sorelle, quando si avvicinò il più famoso guerriero di quei tempi.
“Voglio sposare una di queste belle giovani”, disse.
“Se una di loro si sposerà, le altre si crederanno brutte. Sto cercando infatti una tribù dove i guerrieri possano avere tre mogli”, rispose lo stregone, allontanandosi. E, per anni, continuò a percorrere il continente australiano, senza riuscire a trovare questa tribù.
“Almeno una di noi sarebbe potuta essere felice”, disse una delle sorelle, quando ormai erano vecchie e stanche per il tanto camminare.
“Ero in errore - rispose lo stregone -. Ma ormai è tardi”.
E trasformò le tre sorelle in blocchi di pietra. Chi visita il Parco Nazionale delle Montagne Azzurre, vicino a Sydney, potrà vederli.
La felicità di uno non significa la tristezza di altri.
Commento di Wolfghost: questo post avrebbe potuto intitolarsi "Salvare capra e cavoli, ovvero come vivere infelici facendo tutti scontenti"
Spesso nella vita è necessario compiere azioni, prendere decisioni, che finiscono per scontentare qualcuno o addirittura renderlo infelice. Ad esempio, ne sa qualcosa chi vuol rompere una relazione ma soffre di sensi di colpa pensando di far male al partner, pur sapendo che continuare quella relazione sarebbe alla lunga ancora più dannoso per entrambi. Oppure ne sa qualcosa chi è abituato a prendere sulle sue spalle la tristezza e le difficoltà di chiunque abbia vicino, finendo per vivere la vita d'altri, dimenticandosi della propria.
E' il dramma di chi ha un eccessivo senso del dovere, colui che percepisce di dover sempre "sistemare le cose", di fare in modo che nessuno sia scontento, finendo alla fine per condannarsi all'immobilismo, temendo che le conseguenza di ogni sua azione possano danneggiare o anche solo rammaricare qualcuno.
La mia esperienza mi ha insegnato che non solo "La felicità di uno non significa la tristezza di altri" ma, ancora di più, che "La tristezza di uno, il suo sacrificio, non significa necessariamente la felicità di altri". Quando si annulla la propria vita pensando di fare il bene altrui, quasi sempre si scopre che il benficio procurato non vale neanche lontanamente la vita che si è perso, arrivando addirittura ad avere il sospetto che anzi, perfino i presunti beneficiari di quel sacrificio, avrebbero probabilmente avuto una vita migliore senza di esso. Un esempio classico è quello del genitore iperprottettivo, che finisce non solo per non vivere lui stesso, ma per impedire anche al figlio - in nome del suo bene - la possibilità di vivere o svilupparsi pienamente.
Le Tre Sorelle delle Montagne Blu - Parco Nazionale, Sidney
Ecco il sistema adottato dai domatori del circo per fare in modo che gli elefanti non si ribellino mai. E io sospetto che questo succeda anche con molta gente.
Ancora piccolo, l'elefantino viene legato con una grossa corda a un palo saldamente conficcato nel suolo. Egli tenta di liberarsi più volte, ma non ne ha le forze sufficienti. Dopo un anno, il palo e la corda sono ancora sufficienti per tenere legato l'elefantino. Egli continua nel suo tentativo di liberarsi, senza riuscirci.
A questo punto, l'animale comincia a capire che la corda sarà sempre più forte, e rinuncia ai tentativi. Quando arriva all'età adulta, l'elefante si ricorda ancora che, per molto tempo, ha sprecato invano energia tentando di liberarsi. A questo punto, il domatore potrebbe anche legarlo con un filo sottile a una scopa, comunque l’elefante non cercherebbe più di liberarsi.
Commento di Wolfghost: Come consuetudine, uso un racconto di Coelho per avere uno spunto di riflessione. Ognuno di noi e’ condizionato fin dall’infanzia, anzi soprattutto nell’infanzia, in misura piu’ o meno ampia. Siamo stati abituati a non protestare, ad esempio, a non far valere le nostre ragioni, a sentirci in colpa per le nostre legittime aspirazioni ad ottenere cio’ che sogniamo; diritto datoci - se non altro - per il solo fatto di essere umani. O, al contrario, ci e’ stato fatto credere che solo imponendosi con la “forza”, con le urla e gli strepiti, senza mostrare mai alcuna umana debolezza, si possa ottenere qualcosa nella vita.
Ormai da tanti anni vado ripetendo che il genitore e’ il “mestiere” piu’ difficile del mondo, basta poco per segnare la crescita e la futura vita di un bambino. Lo stesso, anche se forse in minore proporzione, vale per la societa’ in generale, con gli insegnanti nelle scuole, i gruppi di amici, i mass-media e via dicendo…
Un buon “insegnante di vita” deve avere amore ma anche una minima dose di distacco per poter oggettivamente trasmettere i giusti messaggi. Se manca l’amore o le sue dimostrazioni, gli altri verranno trattati in maniera “fredda” e a poco varranno gli insegnamenti a parole, perfino se “tecnicamente” corretti, poiche’ la mancanza d’amore crea danni profondi, difficili da rimediare. Sara’ una mancanza sentita molto a lungo, in qualche modo perfino ricercata allo scopo di superarla, attraverso i meccanismi noti della dipendenza affettiva e della coazione a ripetere. Altresi’, anche la mancanza di quel distacco necessario a mantenersi oggettivi nell’insegnamento, rischiera’ di provocare gravi danni, poiche’ l’invadenza della iper-protettivita’ non permettera’ al bambino di crescere ed evolvere verso la propria indipendenza. In ultimo, quel bambino rischiera’, da adulto, di essere incapace di assumersi veramente la responsabilita’ delle proprie azioni, trovando sempre qualche motivo per rimandare le scelte o qualche capro espiatorio per poter dire “non sono io il responsabile”.
Spezzare quel legame, che come scrive Coelho e’ infine solo nella nostra testa, diventa via via sempre piu’ difficile. Occorre a quel punto prendere consapevolezza delle corde che ci legano internamente, riconoscerle come sbagliate, e scioglierle, con pazienza, attenzione e coraggio, giorno dopo giorno. E poiche’ molte di queste corde agiscono solo a livello inconscio, cio’ diviene un arduo percorso. Un percorso che spesso si accetta di percorrere solo quando si e’ costretti dalle evenienze del caso, talvolta pagando un alto prezzo, che pero’ non pagare significherebbe perdere definitivamente il potere di essere artefici della propria vita, lasciandola cosi’ nelle mani di chi, spesso senza ritegno, la usera’ manipolandola come piu’ gli conviene.
P.S.: la prima foto viene spesso utilizzata nelle battaglie contro lo sfruttamento degli animali nei circhi. Inutile dire che mi associo a tali battaglie, in particolar modo quando tali animali subiscono degli evidenti maltrattamenti al fine di... farli collaborare.
Per anni Hitoshi tentò – inutilmente – di risvegliare l’amore di colei che credeva fosse la donna della sua vita. Ma il destino è alquanto ironico: proprio il giorno in cui lei lo accettò come futuro marito, scoprì che la donna aveva una malattia incurabile e che quindi non sarebbe vissuta per molto tempo. Sei mesi dopo, ormai sull’orlo della morte, lei gli disse: "Tu devi promettermi una cosa: che non t’innamorerai mai di nuovo. Se lo farai, io tornerò tutte le notti a spaventarti." E chiuse gli occhi per sempre.
Per molti mesi, Hitoshi evitò di avvicinarsi ad altre donne, ma il destino si rivelò ancora una volta ironico ed egli incontrò un nuovo amore. Mentre si preparava al matrimonio, il fantasma dell’antica amata compì quanto aveva promesso, e comparve a Hitoshi. "Mi stai tradendo", disse. "Per anni ti ho dedicato il mio cuore, ma tu non mi ricambiavi", le rispose Hitoshi. "Non pensi che io meriti una seconda possibilità di essere felice?". Ma il fantasma dell’antica innamorata non volle saperne e, tutte le notti, tornava a spaventarlo. Gli raccontava nei minimi particolari ciò che era accaduto durante il giorno, quali parole d’amore lui aveva rivolto alla fidanzata, quanti baci e abbracci si erano scambiati. Hitoshi non riusciva più a dormire, per questo andò a trovare il maestro zen Bashô.
"È un fantasma molto furbo," disse Bashô.
"Lei conosce tutto, nei minimi particolari! E in questo modo sta distruggendo il mio fidanzamento, perché non riesco a dormire e nei momenti d’intimità con la mia amata mi sento vessato." "Allontaneremo questo fantasma", lo rassicurò Bashô.
Quella notte, quando il fantasma fece ritorno, Hitoshi lo interruppe prim’ancora che pronunciasse la prima frase. "Tu sei un fantasma talmente saggio che possiamo fare un accordo. Visto che mi sorvegli sempre, ti domanderò qualcosa che ho fatto oggi: se indovinerai, io lascerò la mia fidanzata e non avrò mai più nessuna moglie. Se sbaglierai, tu prometterai di non ricomparire più, altrimenti sarai condannata dagli dèi a vagare per sempre nell’oscurità." "D’accordo", rispose il fantasma, fiducioso.
"Oggi pomeriggio mi trovavo nella drogheria e, a un certo punto, ho preso un pugno di grano da un sacco."
"L’ho visto", disse il fantasma.
"La domanda è questa: quanti chicchi di grano ho tenuto in mano?".
Il fantasma comprese all’istante che non sarebbe mai riuscito a rispondere alla domanda. Così, per evitare di essere perseguitato dagli dèi nell’oscurità eterna, decise di scomparire per sempre.
Due giorni dopo, Hitoshi si recò a casa del maestro zen: "Sono venuto a ringraziarvi". "Approfittane per apprendere le lezioni che fanno parte di questa tua esperienza", rispose Bashô. "In primo luogo, quello spirito tornava sempre perché tu avevi paura. Se vuoi allontanare una maledizione, non darle alcuna importanza. Secondo: il fantasma traeva profitto dal tuo senso di colpa. Quando ci sentiamo colpevoli, desideriamo sempre – inconsapevolmente – il castigo. E infine: nessuno che ti ami veramente ti obbligherebbe a fare questo tipo di promessa. Se vuoi comprendere l’amore, impara la libertà".